Genova, tre giorni di penne nere, tre giorni di canti, musica, allegria, sfilate e purtroppo, di polemiche trite e ritrite. Possibile che ogni volta che centinaia di migliaia di appartenenti a questo storico corpo occupano festosamente una città, si risveglia una postura immaginaria priva di senso?
Ormai il glorioso corpo militare, famoso per i suoi atti di eroismo, di solidarietà e di vicinanza alle popolazioni in ogni occasione, dalle guerre alle varie calamità naturali che si sono succedute nel nostro territorio, è diventato, volente o nolente, il capro espiatorio di una battaglia che con i “soldati di montagna” non ha nulla a che vedere.
Innanzitutto l’accoglienza ostile registrata a Genova: qualcuno ha lanciato bottigliette e pezzi di vetro contro un accampamento di alpini venuti in anticipo rispetto alla 97esima adunata nazionale. Per non parlare di scritte ingiuriose apparse sui muri, della serie “Brucia la Chiesa, brucia lo Stato, Alpini morti”.
Segno di un pregiudizio profondo che cova e che collegando intimamente gli alpini alle migliori tradizioni italiane (lo Stato, l’identità religiosa, la divisa), oggi, secondo il Mainstream dominante, vanno minimizzate, ridimensionate o addirittura messe al rogo, secondo i nuovi comandamenti di una contro-religione anarchica, materialista, estremista e laicista.
Come se non bastasse, il Comune di Genova, governato dalla “moderata” e “riformista” Silvia Salis, si è affrettato a far sgombrare l’accampamento abusivo, nel nome del decoro e dell’ordine pubblico. Quanta solerzia e fretta. Stessa velocità mai registrata quando si deve far sgombrare con campo rom, o una zona infestata da migranti irregolari e spacciatori. Ma tant’è, il buonismo di sinistra è noto. E non si applica, invece, alle persone ritenute politicamente scorrette o scomode, per quello che sono e rappresentano.
E’ apparso anche un volantino, diffuso da precise associazioni, per suggerire alle donne come comportarsi di fronte alle sicure molestie degli alpini (dall’evitarli, al fischietto, alla denuncia). Una preoccupazione che sa di linciaggio preordinato.
E vediamo i due messaggi che inesorabilmente passano.
Primo, gli alpini indicati per definizione come molestatori seriali e amplificatori di offese sessiste. Associati alle vicende di Rimini (casi isolati).
Secondo, i suddetti episodi, tra l’altro mai denunciati, ma allora immediatamente strumentalizzati dai movimenti femministi, a partire da “Non Una di Meno”, secondo non sappiamo quale regola, per chi ha concepito e scritto il volantino, evidentemente sarebbero destinati a ripetersi ad ogni adunata.
Domanda: perché tali messaggi non vengono veicolati in prossimità delle stazioni ferroviarie, specialmente di Roma e Milano, o nelle zone frequentate dai maranza, dagli spacciatori e dall’immigrazione clandestina?
Perché “Non Una di Meno” e gruppi sodali, non denunciano o fanno cortei quando ad essere aggredite e molestate sono donne che hanno la sfortuna di imbattersi in queste “etnie” e bande? In quel caso silenzio.
La verità è che alle femministe in versione-Lgbtq non interessa realmente la condizione femminile a 360 gradi, il rispetto della dignità delle donne, le loro libere scelte, ma solo inserire certe rivendicazioni dentro precisi teoremi ideologici.
E gli alpini, senza difesa d’ufficio presso la stampa fanno gola per i valori e i simboli che esprimono.
E cioè, “Dio-Patria-Famiglia”, “Solidarietà-Aiuto-Amicizia, Altruismo”. Sono princìpi sconosciuti a queste attiviste. E ai loro fan giornalistici, politici e intellettuali.
E, cosa non da poco, eternamente arrabbiate, finiscono per essere estranee (e quindi, invidiose), pure al divertimento, alla gioia e alla autenticità umana di una giornata felice.
Una consueta ospite televisiva, nota per le sue posizioni fortemente anti-patriarcali, in trasmissione ha sostenuto che il pericolo “alpino” era averli visti bere birra a Genova, già al mattino presto, ribadendo che uomini, giovani e anziani, alterati superano obbligatoriamente il confine tra complimento e molestie.
Ma chi stabilisce il confine? Quale legge? Il buon senso, l’educazione o il Processo di Norimberga ultra-femminista? Se un domani, a fare le leggi ci sarà chi sostiene che bere birra equivale a comportamento sessista (ergo, a reato), significa solo che ha in mente una società totalmente ideologizzata, uno Stato etico, dittatoriale, con regole ferree, sanitarie, ambientali, relazionali. Tradotto, una vita civile ingessata, schematica, fredda, modello-quote rosa. Una società morta nel nome del bene.
Dovremmo chiederci, in conclusione, se tali femministe non abbiano in realtà un problema irrisolto con l’uomo, col padre, con l’autorità. Al punto da trasformare le pari opportunità, sacrosante, in una cancellazione del maschio. Si legga, “l’invidia del pene”, ben analizzata da Freud.
Genova. Alpini “sempre sessisti”. La maschera e il volto delle femministe che li accusano



