Finito il G2, Xi dominante e Trump sempre più in difficoltà. Ma il tycoon non molla: «Finiremo il lavoro in Iran»

venerdì, 15 Maggio 2026
2 minuti di lettura
Cina

I leader mondiali, soprattutto quelli più potenti, ha detto il politologo norvegese Odd Arne Westad, parlano molto, ma spesso non si capiscono. È successo in pratica anche nel G2 di Pechino durante il quale, tra decine di questioni di carattere economico, Trump e Xi non si sono sbilanciati sui temi più importanti: Iran e Taiwan. Il presidente cinese ha stroncato sul nascere qualsiasi conversazione intorno all’isola ribelle, destinata alla riunificazione, mentre l’inquilino della Casa Bianca ha fatto intendere di non essere soddisfatto delle controproposte di Teheran e quindi ha affermato che la sua campagna militare contro l’Iran «continuerà», lasciando intendere che sta seriamente valutando la ripresa degli attacchi nonostante Pechino prema per il cessate-il-fuoco duraturo e la riapertura dello stretto di Hormuz. È del tutto evidente ormai che Trump, precipitato nel gradimento degli americani, voglia portare a casa a tutti costi un risultato sostanziale dal Medioriente.

Al di là delle enfatiche dichiarazioni di circostanza sul raggiungimento di accordi e partenariati commerciali, il cui punto più alto sarà l’istituzione di un Board of Trade Usa-Cina per gestire una riduzione dei dazi su circa 30 miliardi di dollari di merci, resta palpabile la sensazione plastica del sorpasso di leadership mondiale di Xi ai danni di Trump.

Secondo il politologo Francis Fukuyama, docente a Stanford, intervistato da Repubblica, il tycoon è arrivato a Pechino in posizione di debolezza, mentre il leader cinese ha una strategia economica e militare definita. «Trump – spiega  – è intrappolato nella guerra in Medio Oriente da cui non sa come uscire ed è indebolito nei sondaggi, anche a causa dell’aumento dei prezzi prodotto dal conflitto, dai dazi imposti dalla sua amministrazione e dal peggioramento del suo stato mentale. Xi, al contrario, si è presentato al tavolo con una visione più definita. Forse non ci sarà una guerra: ma è difficile evitare la competizione economica e strategica fra due paesi come Cina e Stati uniti, che hanno obiettivi e sistemi politici così diversi».

In effetti per molti osservatori le immagini da Pechino parlano da sole: Xi Jinping appare freddo, sicuro, strategico. Trump invece cerca il rapporto personale, i complimenti. Ma dietro le strette di mano si vede chiaramente il nuovo equilibrio mondiale. È la Cina che detta i limiti. Soprattutto su Taiwan: quella è la linea rossa. E Trump, che in campagna elettorale parlava della Cina come del grande nemico economico e strategico degli Stati Uniti, oggi arriva a Pechino in cerca di riposizionamento politico ed economico. Cerca accordi commerciali, chiede acquisti agricoli, prova a ottenere aiuto sulla crisi energetica legata allo Stretto di Hormuz.

Questa debolezza internazionale, ormai è acclarato, nasce da una debolezza interna sempre più evidente. Trump continua a governare come se fosse in una permanente guerra personale contro chiunque osi contraddirlo: giudici, media, opposizione politica. Dopo alcune notizie secondo cui l’Iran avrebbe ancora capacità missilistiche molto più forti di quanto raccontato dalla Casa Bianca, Trump ha attaccato duramente il New York Times e altri media accusandoli addirittura di tradimento. Secondo Trump, pubblicare notizie che mettono in dubbio la narrativa ufficiale della guerra significherebbe “aiutare il nemico”.

Nel frattempo, le nuove decisioni della Corte Suprema sulla Legge sul diritto di voto stanno aprendo la strada a enormi riperimetrazioni dei distretti elettorali repubblicani nel Sud degli Stati Uniti. In Tennessee, Louisiana, Georgia, Mississippi si stanno ridisegnando le mappe elettorali per ridurre il peso del voto afroamericano e blindare il potere repubblicano. Intanto cresce anche la rivolta interna contro la guerra con l’Iran. Alla Camera sono aumentati i deputati repubblicani che hanno votato con i democratici per limitare i poteri di guerra di Trump. Il conflitto costa ormai decine di miliardi di dollari e politicamente sta diventando insostenibile anche nei distretti conservatori.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.