Italia vs Francia. Ecco la verità dietro le false scuse. Sovranismo vero e mediatico

lunedì, 10 Ottobre 2022
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La supponenza e la superiorità etica sono state spesso i metri di paragone con cui gli europei hanno giudicato l’Italia. E ciò che più ha colpito, amareggiato gli osservatori finora, sono stati, fin dagli anni ‘60, la sudditanza, il complesso di inferiorità o addirittura la complicità, l’adesione passiva a questa storica e meccanica campagna di denigrazione.

Forse l’ubriacatura della retorica fascista ha determinato due tipi di reazione: l’autolesionismo nazionale e l’esterofilia. Da un lato, ci spariamo addosso, ci sottovalutiamo, e dall’altro amiamo prima i francesi, gli americani, gli inglesi, poi forse noi (unica eccezione, lo sport).
La sinistra, per Dna, è sempre stata su sponde opposte: internazionalista, cosmopolita, globalista per definizione, fino ad arrivare in occasione dei vari conflitti bellici, al neutralismo, al disfattismo e alla diserzione militante. Un atteggiamento attualizzato e inveratosi nell’europeismo, nell’atlantismo passivo, senza una minima dialettica critica.
In poche parole, il sovranismo sinonimo di egoismo, chiusura, muri e non ponti, arretratezza e incultura. Ormai è un luogo comune.

E tale europeismo ha coinciso col dominio continentale dell’asse franco-tedesco. Una postura saccente e razzista verso il nostro paese, considerato pizza, spaghetti, mafia e mandolino, che si rafforza e diventa militare, scientifico, quando al governo va la destra.
Tutti ricorderanno i sorrisini di scherno di Sarkozy e della Merkel rivolti a Berlusconi.
E adesso, ci risiamo. Minacce, avvertimenti, timori, paletti aprioristici nei confronti del governo Meloni, ben prima che l’esecutivo abbia preso il via. Destra come fascismo, xenofobia, omofobia, medioevo.

A controllare l’Italia, una sorta di giudice globale permanente, di polizia morale, modello iraniano (ossia, la Ue e in primis, la Francia).
La regina Ursula, prima delle elezioni del 25 settembre è entrata a gamba tesa (altro che ingerenze russe), mettendo le mani avanti sul rischio democratico, in caso di vittoria del centro-destra a trazione Fdi. Evidentemente la propaganda di Letta e dei suoi sodali, la cordata socialista, progressista e laicista, è attiva e funzionante.
A ruota la Francia. La ministra transalpina per gli affari europei, Laurence Boone, ha ribadito l’intenzione della Francia di vigilare sul nuovo governo italiano. In soldoni, un osservatorio giacobino per il rispetto universale dei diritti e delle libertà.

Esattamente come è successo per Ungheria e Polonia. E il mantra dello Stato di diritto europeo, come metro di valutazione sul tasso di democrazia altrui. Nel centro del mirino, come noto, le diverse concezioni su aborto, adozioni e matrimoni gay, gender, diritti Lgbt.

Una indebita intromissione, nel nome dello Stato di diritto, dimenticando che le tematiche legate alla famiglia, la vita, sono di competenza esclusiva degli Stati sovrani. Ma da almeno un paio d’anni, Bruxelles e i paesi organici al laicismo, stanno spingendo molto per eliminare tale competenza, volendo imporre una omogeneità a senso unico. Si veda il ricatto perpetrato a Orban: ti nego i fondi se non ti adegui al pensiero unico.
La Meloni, dal canto suo, ha subito attaccato l’impostazione: “Confido che il governo francese smentisca immediatamente queste parole che somigliano troppo a una inaccettabile minaccia di ingerenza contro uno Stato sovrano”.
Una risposta ferma, elegante, molto corretta sul piano istituzionale. E il capo dello Stato Sergio Mattarella, finalmente è sceso in campo: “Sappiamo badare a noi stessi”.
Premuti a destra e sinistra, i francesi hanno tentato di metterci una pezza. Lo stesso Macron ha mutato il concetto di vigilanza in collaborazione col nostro paese.

Ma se andiamo alla sostanza delle loro parole, non si è trattato di ammissione di colpa, di correzione, di freno alle minacce, di ammissione di un errore, di un’ingerenza, come hanno enfatizzato i media nostrani. Formalmente forse, sostanzialmente le dichiarazioni non estrapolate, hanno confermato proprio l’ingerenza ideologica.
Basta leggere tra le righe. Mattarella ha detto esplicitamente che “ogni esecutivo ha come paletti ben precisi la Costituzione e i valori dell’Unione europea. Paletti che, tra l’altro, vengono verificati dallo stesso Quirinale a ogni provvedimento che deve ricevere la sua firma per la promulga”.
Tradotto, di fatto il Quirinale è perfettamente in linea con le parole della Boone. Guai se il nuovo governo Meloni dirazzerà, uscirà da seminato.

E Macron? Si è prima compiaciuto di aver lavorato con il premier Draghi, aggiungendo “di essere pronto a lavorare con chiunque nomini il capo dello Stato. Lavoriamo con i politici che i popoli europei ci danno”.
Anche qui: cambiano i musicisti, non la musica. Avvertimento a Mattarella che nomina (invito alla vigilanza), nostalgia per Draghi e rassegnazione a lavorare con i politici che i popoli danno. Tradotto: la democrazia funziona quando esprime governi di sinistra, quando esprime maggioranza di destra, è un paradosso, una contraddizione in termini. E naturalmente, il messaggio della Boone è confermato: guai se la Meloni devia.

Al di là delle finte scuse, una riflessione più ardita va fatta. Si può essere troppo europeisti con questa Europa? Difendendo una sovranità quando le sovranità degli altri paesi ci opprimono? E ancora: uno Stato che non batte più moneta, che non è padrone delle sue risorse energetiche, delle sue infrastrutture, dell’agroalimentare, etc, in mano alle multinazionali (le privatizzazioni), può dirsi ancora sovrano? E se è così perché difenderlo? Rischiamo solo un sovranismo parolaio. Ecco dalla Meloni, non si vuole un sovranismo parolaio. Magari moderno, ma non virtuale.

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