Le nuove etnie del politicamente corretto: ciclisti, imbrattatori, animalisti e giovani antifascisti

lunedì, 9 Gennaio 2023
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Se si può fare un bilancio antropologico del 2022, possiamo dire che sono nate o definitivamente rafforzate, alcune etnie italiche e non solo (la fiction infatti, è globale).

Con la morte di Ratzinger i fedeli di ogni sfumatura e appartenenza, per qualche giorno, hanno riabbracciato la Chiesa, dilaniata da battaglie dottrinarie e pastorali. Ad esempio, papa Francesco è riuscito a recuperare i fan dell’Emerito, gestendo abilmente le cerimonie e la narrazione delle solenni esequie.
Una manifestazione ostentata di riconciliazione, che al contrario, ha dimostrato quanto un papa odiato dal mainstream, dentro e fuori dal Vaticano, è stato invece amato dal popolo.

Un’operazione strategica, quella di papa Bergoglio, mirata a cancellare le insanabili divisioni tra i due (sulle Encicliche, la messa in latino, l’idea dell’evangelizzazione, i valori europei, l’impostazione conservatrice o progressista, i sacerdoti come meri assistenti sociali, l’avversione dei gesuiti tedeschi che non gli strinsero la mano, il discorso di Ratisbona, la diversa posizione su migranti, Islam e mondialismo), ricordando pubblicamente solo la postura teologica di Benedetto XVI e il suo “rapporto diretto con lo Sposo”. Quasi a farlo diventare il profeta del dialogo e dell’ecumenismo.
Quindi, al momento, tra i credenti sembra regnare un’atmosfera di concordia e unità.

Ma cosa ne sarà di Georg Gaenswein? Quale effetto produrrà il libro sul pensiero di papa Ratzinger che uscirà tra poco? Secondo i più informati, ora che non c’è più il papa emerito la componente conservatrice potrebbe riorganizzarsi.

Seconda “etnia”, gli studenti antifascisti, ultima declinazione delle Sardine e dei Collettivi, alias Centri sociali, i quali cercano di riprodurre il clima degli Anni Settanta, degli anni di Piombo, senza le medesime condizioni storiche e lo stesso quadro politico (e molta fuffa).
Antifascisti senza fascismo. Un vecchio e stanco mantra reiterato meccanicamente dai media e dalla politica di sinistra, quando non hanno più nulla da dire, sono a corto di progetti, programmi, classe dirigente degna di nota.
Alla domanda rivolta ai giovani del perché del loro nuovo antifascismo, giocato in funzione anti-Meloni, dopo esser stato in passato concepito in funzione anti-Berlusconi e anti-Salvini, non sono riusciti e non riescono in nessun confronto pubblico, a rispondere con concetti semplici e basici: sulle date della storia, i personaggi del Ventennio, le ricette del fascismo e i membri del governo Mussolini.

Messi alle corde, alla fine ammettono tutti in coro, che per fascismo intendono qualsiasi regime che nega loro i diritti, la libertà e impone cose in modo imperativo. Ecco, si potrebbe aprire un bel dibattito non sul fascismo storico, ma su quello moderno: tipo Regime-Covid, Green Pass, l’economia che uccide i popoli, il direttorio europeo, certo atlantismo ed europeismo fideistici etc.

“Terza etnia”, gli ecologisti di ultima generazione. L’abbiamo già scritto: “Aridatece” Greenpeace. Quelli sì che erano e sono eco-guerrieri, che rischiano la vita per colpire, boicottare, fermare i luoghi e le azioni contrarie ai diritti della terra e degli animali. Gli imbrattatori dei quadri, del Senato, quelli che bloccano le strade, sono solo borghesucci inquieti, “gretini” sul divano, che non comprendono quanto anche il patrimonio artistico e i simboli della democrazia (il Parlamento), siano “ecologia storica e politica” di un popolo, garanzia pure della loro libertà. E di fronte al fatto che il fotovoltaico, la sua produzione, il suo trasporto, come i prodotti elettrici (le centraline, le batterie da smaltire), creano inquinamento, non sanno replicare. Balbettano. Non sono ecologisti doc, ma militanti della Green Economy, sposata a un generico universalismo new age. Fanno il gioco di Bruxelles.

“Quarta etnia”, gli animalisti. Si sono risvegliati a proposito dei cinghiali ormai residenti nelle nostre città (in primis, Roma). Poveri animali, non si devono uccidere, complice una “bieca” legge del governo Meloni che, secondo loro, vorrebbe trasformare le metropoli nel peggiore Far West con drappelli di cacciatori in guardia presso ogni cassonetto. E invece, meglio una città con cinghiali, topi, serpenti, gabbiani-dinosauri, che abitata dagli uomini.
Questi animalisti sono una branca spuria dell’ecologismo talebano: più si disumanizza la società più si umanizzano, divinizzano, gli animali. Anche qui, un pianeta dorato e fiabesco senza la presenza degli uomini. Il loro chiodo fisso (si legga transumanesimo) è che siamo troppi. E che i rami secchi vanno tagliati. Ma chi decide quali?

“Quinta etnia”, i ciclisti. Della serie, i runner che non si accontentano di correre isterici ovunque, quasi a voler riempire un vuoto esistenziale da inguaribile angoscia metafisica, ma hanno cominciato ad usare le due ruote o il monopattino per scorrazzare liberamente, senza casco, senza regole, andando spesso contromano per le vie della città, dall’alto del loro contegno ambientalista, supponente e fiero, perennemente dalla parte del buono e del giusto. E se vengono rimproverati, sfoderano un sorriso di scherno da superiorità etica. E se li incontri per strade pericolose (raccordi anulari, provinciali), nemmeno si mettono in fila indiana, ma pretendono corsie preferenziali ciclabili dove non è possibile. E se vengono investiti hanno sempre ragione per definizione.

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