Elly Schlein è il nuovo segretario del Pd. A permetterle di raggiungere questo ambito traguardo è stato il “popolo” dei gazebo attraverso un voto di rabbia, di frustrazione, di mal di pancia. Un voto “contro”. Contro il passato governista, contro la continuità della linea politica, contro soprattutto il nuovo, odierno, temibile “nemico”: Giorgia Meloni.
E sì perché la presidente del Consiglio è la grande ossessione di Elly Schlein. A Giorgia premier sono dedicate le prime parole della neosegretaria dopo l’annuncio della sua vittoria: «Saremo un problema per Meloni». Sempre a Giorgia è stato dedicato l’ultimo proclama prima dell’apertura dei gazebo: «Non è più tempo di uomini soli al comando, ma neanche di donne sole, ce n’è già una a Palazzo Chigi».
Che Elly Schlein volesse proporsi come anti-Meloni, lo si è capito da mesi, per la precisione da quando, in chiusura della campagna elettorale del Pd, presentò se stessa come figura simmetricamente opposta a quella della leader di FdI. «Sono una donna, amo una donna e non sono una madre, ma non per questo sono meno donna», disse con aria di sfida. E in molti intuirono che Elly coltivava il progetto di dare la scalata alla segreteria del partito.
Meloni, Meloni e ancora Meloni: alla presidente del Consiglio saranno spesso fischiate le orecchie durante la lunga corsa per le primarie Pd. Non c’è dubbio che la premier abbia ottenuto una ulteriore conferma della sua centralità politica e culturale. Può legittimamente affermare che la sua onda lunga sia arrivata anche a sinistra, visto che dopo di lei (e in qualche modo grazie a lei) il Pd ha scelto per la prima volta nella sua storia una donna leader.
L’ondata di malumore salita a sinistra ha penalizzato Stefano Bonaccini. Non se lo meritava, il governatore dell’Emilia Romagna, di perdere con Elly Schlein. Non sarà apparso una figura carismatica, ma rappresentava pur sempre quanto di meglio possa offrire in questo momento la classe dirigente del Pd. È l’uomo del governo del territorio, il pragmatico rappresentante del partito degli amministratori, quello dei Vittorio De Luca e dei Michele Emiliano. È l’usato garantito e non usurato. E poi, esistenzialmente parlando, rappresenta la sinistra doc, quella operaia, non quella dello Ztl. Lui, Stefano, è figlio di un camionista e di una casalinga, entrambi appartenenti al mondo del vecchio Pci. Lei, Elly, è figlia di due professori universitari. Nella lotta di classe dentro il Pd, ha vinto ancora una volta la borghesia intellettuale sul proletariato.
In ogni caso, la sconfitta di Bonaccini rappresenta il definitivo tramonto del Pd a vocazione maggioritaria, quello che ambiva a rappresentare un fronte eterogeneo della società e della cultura dell’Italia.
Quello di Elly Schlein è invece, un Pd che ripiega su se stesso, un Pd che aspira a rappresentare i settori più arrabbiati e marginali del Paese. Un Pd che contenderà al M5S il voto dei radicali di sinistra, il voto di pancia, il voto ideologico, il voto dei vetero nostalgici della falce e martello. Sai che esaltante sfida…
Ma, al dunque, che tipo di Pd sarà? Sulle prime, saremmo portati a immaginarlo come un partito a vocazione movimentista. Questa vocazione risulta naturalmente dalla scelta della Schlein di rivolgersi a giovani, donne, ecologisti, ancorché, per i leader del Pd, un richiamo a tali categorie sia diventato da anni una sorta di appello rituale. Un tocco movimentista glielo dà sicuramente l’appoggio di Mattia Santori, capataz delle Sardine. E movimentista è, infine, la stessa biografia politica di Elly, che si fece conoscere a suo tempo come animatrice dell’iniziativa “Occupy Pd”, iniziativa nata per protesta contro i franchi tiratori che affossarono nel 2013 l’elezione di Romano Prodi a presidente della Repubblica.
In realtà, più che nel movimentismo, la caratteristica della Schlein leader potrà risiedere nel gioco di rimessa nei confronti della destra. Come tutti i giochi di rimessa, anche quello di Elly avrà i suoi pro e i suoi contro. Il vantaggio consisterà nel fatto che potrà risultare conveniente essere “contro” qualcuno in un Paese fondamentalmente fazioso e viscerale come l’Italia. Lo svantaggio è dato a sua volta dal fatto che giocare di rimessa indebolisce in definitiva l’identità, rappresentando una sorta di riconoscimento dell’egemonia culturale dell’avversario.
Né sembra chiaro che cosa alla fine significhi per Elly Schlein fare continuo appello ai valori e alle forze della sinistra. Più che da un’analisi e da una teoria della società, la sinistra vagheggiata dalla neosegretaria del Pd pare piuttosto derivare dalla somma algebrica di vari segmenti sociali e culturali. «In questo Paese – ha detto– dobbiamo ricostruire una sinistra che sia anche ecologista, anche femminista e soprattutto riporti il Pd dove le persone si aspettano che stia, al fianco degli ultimi e dei penultimi». Manca insomma il progetto d’insieme, l’idea di società e di Italia da proporre agli elettori.
Riecheggia, sullo sfondo, il vecchio “ma anche” veltroniano, l’espressione dell’identità (e del pensiero) debole. Quando infatti il gioco si fa duro, la voce di Elly si indebolisce. Ad esempio, sulle forniture di armi all’Ucraina, la Schlein ha espresso un timido sì. S’è ben guardata dall’assumere una posizione netta.
Poco più di un milione di persone si sono recate ai gazebo domenica scorsa, affrontando pioggia e freddo. Va sempre apprezzata, certo, ogni forma di partecipazione politica. Ma forse avrebbero fatto meglio a rimanere a casa, visto che hanno condannato il Pd a un destino minoritario.
Se a destra può ancora agire in qualcuno il “complesso di Calimero” , il complesso dell’autoesclusione, con la vittoria di Elly Schlein, trionfa invece a sinistra il complesso della Sacher Torta, il complesso della sconfitta, complesso mirabilmente rappresentato da Nanni Moretti in un celebre scambio di battute del film “Bianca”.
«Lei non ha mai assaggiato al Sacher Torta?». «Veramente no».
«Continuiamo a farci del male».



