Un risultato eclatante e dirompente la Meloni l’ha ottenuto. E non solo sul piano della comunicazione. Col suo Cdm “in contemporanea con la piazza” ha scippato il primo maggio ai sindacati, spiazzandoli e costringendoli a rincorrerla, o con proposte o con polemiche che lasciano il tempo che trovano.
Una grande operazione mediatica (complimenti a chi l’ha pensata e attuata) che ha fatto inviperire, vomitare bile, la Triplice, pronta al rituale appuntamento annuale, per reiterare la solita retorica “lavoro-salari-contratti vs Palazzo Chigi” (con una diversa e storica postura, molto più apprezzata, da parte della Cisl); tematiche importanti, nessuno lo nega, ma in queste date (come il 25 aprile), condite, rivestite troppo spesso di strumentale enfasi ideologica o mera sindrome da “dimostrazione di esistere”.
La critica di chi scrive è rivolta soprattutto alla gestione molto “partitica”, anni Settanta, di Landini e della sua Cgil (guarda caso sempre in presenza di governi di destra, a cominciare da Cofferati contro Berlusconi sull’articolo 18). L’ex capo Fiom attivissimo sull’antifascismo con la Schlein, assente in altre occasioni.
Ma dov’era quando lo “Stato etico sanitario” comprimeva le libertà costituzionali col Green Pass, passaporto per vivere, lavorare, mangiare? E dove sta ora che il nuovo “Stato etico green” sta imponendo un mondo globale elettrico, fotovoltaico, con l’intelligenza artificiale pronta a sostituire lavoratori e cittadini?
Sì perché, se è in crisi nera la politica, è in crisi la democrazia rappresentativa (si veda la crescita esponenziale del non voto ad ogni consultazione); è in crisi pure il mondo sindacale, eternamente in bilico tra la difesa meccanica e territoriale di un Welfare che non c’è più, una flessibilità generalizzata che fa rima ormai solo con precarietà e una modernità (l’informatica, la tecnologia etc), difficile da metabolizzare e governare.
Cosa ha saputo fare Landini livido per il “dolcetto-scherzetto” della Meloni del primo maggio? Protestare a nome dei lavoratori costretti agli straordinari anziché riposarsi, meritandosi la bacchettata della premier: “Allora chiuda il concerto di piazza San Giovanni”. Concertone, altro megafono del pensiero unico, del laicismo, della mobilitazione antifascista, antirazzista, anti-omofobia, “modello-Sanremo”.
Una cosa è certa, l’effetto di queste due comunicazioni contrapposte (della Meloni e di Landini) vedrà le prime pagine occupate dal Cdm del centro-destra con le sue ricette sul lavoro e solo di spalla le dichiarazioni delle manifestazioni sindacali. Messaggi complementari, conflittuali o che si annullano reciprocamente.
Decodifichiamo. Ecco la Meloni: “Nel giorno della festa del lavoro, il governo sceglie di lavorare e dare risposte a coloro che legittimamente aspirano a cambiare la loro posizione e lo facciamo con una serie di provvedimenti articolati, il più importante tra tutti è il taglio delle tasse sul lavoro”.
E poi lo specifico: “Abbiamo liberato un tesoretto da 4 miliardi grazie al coraggio di alcuni provvedimenti che avevamo portato avanti ed oggi lo destiniamo al più importante taglio delle tasse degli ultimi decenni. Tagliamo il cuneo di 4 punti e questo si somma a quello che avevamo già fatto in legge di bilancio abbiamo un taglio di 6 punti percentuale per chi ha redditi fino a 35.000 euro e di 7 punti per i redditi fino a 25000 euro. E’ una scelta di cui vado profondamente fiera”.
Tradotto, azione, narrazione sindacale rovesciata (“nel giorno del lavoro noi lavoriamo”) e fierezza governativa. Quel piglio che piace trasversalmente.
Ed ecco Landini: “Oggi è la festa del Lavoro, non del governo”. Bellissimo, palla restituita. Con l’inevitabile sovrapposizione Cgil-partiti di sinistra: “Noi non abbiamo mai permesso a nessuno di modificare la Costituzione” (riferimento all’autonomia differenziata).
E poi lo specifico: “I provvedimenti decisi dal governo non vanno nella direzione da noi richiesta. Noi continueremo la mobilitazione unitaria e, se non avremo risposte, siamo pronti tutti insieme a continuare la mobilitazione fino a quando non avremo ottenuto i risultati di cui abbiamo bisogno”.
Una cosa è certa, il congresso Cgil (con la presenza della Meloni) sembra passato da un secolo. Ma questo è solo l’inizio di un film, destinato a durare tante puntate.



