Proviamo a fare un film, decidendo a priori la storia, i sottotitoli, gli attori protagonisti e le comparse. Il film si chiama “Riforme” e gli attori sono i leader politici, di destra, sinistra e di centro.
Tutti ovviamente vogliono essere ricordati per aver costruito la nuova Repubblica (la Città del Sole di Tommaso Campanella), o per aver scongiurato un golpe in atto contro la Costituzione “meravigliosa”, “sacra” e “intoccabile”; una Repubblica da cambiare, considerata a giorni alterni un vecchio edificio in mano alle lobby e ai giochi di potere (magari orchestrati dal Quirinale “modello-Napolitano”), o da picconare perché vecchia (“modello-Cossiga”), o da preservare per evitare che sia troppo esposta agli umori del popolo, che vanno e vengono in omaggio alla peggiore liquidità.
Tutti, da almeno 40 anni, si dimenano trasversalmente su due valori incompatibili, la governabilità e la democrazia compiuta, posture inconciliabili. E tutti con la ricetta salvifica in tasca. Ricetta spesso solo mediatica.
Proviamo a sceneggiare: un partito parla di grandi idee, di presidenzialismo o di semipresidenzialismo, l’altro partito, dal canto suo, boccia l’ipotesi e parla di premierato, cancellierato o sindaco d’Italia. Un altro partito ancora propone gli strumenti utili per avviare le riforme, Bicamerale o Costituente, ben sapendo che da tradizione ogni Bicamerale è clamorosamente fallita, come i tanti “patti” (il più importante, col governo D’Alema, quello della “crostata” in casa Letta, fatto saltare da Berlusconi).
E se proprio le idee scarseggiano, ecco la parolina magica: la via italiana alle riforme, un modello nostro, interamente e originalmente nostro.
Infatti, noi siamo il Paese dell’originalità, che qualcuno chiama anomalia, qualcun altro, peculiarità. Siamo desolatamente figli di patrie di parte, della guerra fredda, siamo prima di destra e di sinistra e poi forse italiani; la nostra Repubblica è uno spezzatino, un pezzo parlamentare, un pezzo presidenzialista, un pezzo federale. E i nostri sistemi elettorali sono un macello. Nessuna omogeneità.
Gli incontri promossi dalla Meloni per iniziare un percorso riformatore sono dunque un film già visto.
La premier spara e sparerà ad alzo zero, puntando sul presidenzialismo, accontentandosi (nel secondo tempo per la pace degli elettori) del premierato o del sindaco d’Italia. A proposito, quanti conoscono i paesi che hanno tale sistema? E funziona? Ad esempio, Israele (analizziamo, analizziamo bene). Ad esempio, l’Inghilterra: ma lì c’è un sistema elettorale uninominale maggioritario (la leadership è la premiership), e poi, c’è la monarchia che separa costituzionalmente lo Stato dal governo. Da noi?
Il presidenzialismo comporterebbe una pericolosa identificazione tra il capo dello Stato e del Governo, ossia, un arbitro-capitano. Un uomo solo al comando che con i new media e i social (si legga populismo mediatico), incoronerebbe i Berlusconi, i Grillo, i Renzi, i Salvini, i Monti e i Draghi di turno, per poi ghigliottinarli l’anno dopo. Pensate che dramma, dal punto di vista della divisione della società, delle garanzie democratiche, degli equilibri di potere. Una Finanziaria sbagliata e casca, si depotenzia il governo insieme allo Stato.
Comunque stiamo tranquilli, quello della Meloni sarà solo un percorso enfatizzato e unicamente abbozzato. La Schlein farà ostruzionismo, “aventinismo” (la superiorità morale della sinistra), e strategia dilazionatoria: dirà come sta dicendo ora, che ci sono altre emergenze, l’economia, il lavoro, i diritti civili, e denuncerà l’autonomia differenziata, gridando che non ci può essere la “dittatura della maggioranza”, come se fosse possibile la “dittatura della minoranza”.
Domanda: ma la sinistra ulivista non impose la riforma del Titolo V della Costituzione a colpi di maggioranza?
Come andrà a finire il film? Facile, anche se ci sarà una proposta, una sintesi da parte della maggioranza, la prossima legislatura (se vincono il Pd e i grillini uniti) la stopperà.
E pure questa è la nostra tradizione, il referendum confermativo non approverà. Renzi ne sa qualcosa.



