Riforme in salsa italiana. Premierato: come (non) lo si deve comunicare

venerdì, 10 Novembre 2023
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Ogni qualvolta un governo lavora sulle riforme assistiamo alla ricorrente, stucchevole giostra mediatica e politica, con esperti “spot man”.

Da un lato, gli immobilisti, “i custodi della Costituzione” antifascista, nata dalla Resistenza, che si oppongono a qualsiasi accelerazione in senso decisionista, evocando ossessivamente il fantasma fascista, dirigista, direttoriale (ignorando, invece, la Carta quando conviene); dall’altro, “i mistici del cambiamento”, dell’adeguamento dell’ordinamento che spesso si identifica con le esigenze partitiche del momento e troppo spesso è succube dell’esterofilia, dei modelli altrui.

Mai che ci sia una riforma che guardi lontano, che abbia un respiro lungo. E’ noto infatti, che le “nuove case” dei cittadini per principio, si debbano costruire partendo dalle fondamenta (forma di governo, indagine sui valori che uniscono), per poi arrivare ai balconi (i sistemi elettorali). Invece, la storia degli unici aggiustamenti da noi ha riguardato unicamente i balconi. Col risultato che abbiamo oggi tanti sistemi elettorali diversi e incomunicanti (per il sindaco, le regioni, le politiche).

Un fritto misto disomogeneo che ha disegnato i confini di una Repubblica-spezzatino, un po’ presidenzialista di fatto (il capo della coalizione che vince, salvo ingerenze di Palazzo, diventa capo del governo), ancora un po’ parlamentare e sicuramente un pezzo federalista (la riforma del Titolo V), che ha generato un’immensa pletora di conflitti Stato-Regioni, tra le materie di competenza concorrente ed esclusiva.

Tutti i tentativi di scrivere una seconda Costituzione sono andati a buca: le varie bicamerali, da Biondi al patto della Crostata (il semipresidenzialismo e la devolution), sono state ostaggio dei giochi partitici. E inoltre, non ha mai portato bene a chi si è intestato il brand degli stravolgimenti. Ne sa qualcosa Renzi, che ci ha rimesso le penne, iniziando proprio con il no alla sua riforma bocciata dagli italiani, la forte regressione nei suoi consensi.

Ma una cosa è certa: la sinistra ora, contro la Meloni, non può gridare alla riforma a colpi di maggioranza (senza i due terzi alle Camere), perché pure lei ha sempre proceduto così.
L’articolo 138, va detto, è sia un freno a ogni deriva di pancia, sia un macigno che blinda un impianto costituzionale, frutto del patto ciellenistico del ’46-48, che non ha più ragione di esistere.

Una moderna società necessita dell’equilibrio tra tre principi: la governabilità, la democrazia compiuta e le regole, le garanzie. Valori e obiettivi difficilmente compatibili.
Il “premierato dolce” della Meloni, a parte le problematiche legate agli aspetti tecnici (non convince l’esponente della stessa maggioranza che deve sostituire il premier eletto dal popolo, qualora venga sfiduciato o sia impossibilitato a proseguire il suo mandato, esponendo il capo del governo a ricatti interni); a parte i ritocchi necessari (il rapporto tra poteri del Capo dello Stato e del premier rafforzato), e il fatto che il premierato non sia una formula diffusa (esiste solo in Israele), ha dalla sua, però, una forza comunicativa.
Quando si andrà a votare (referendum confermativo) cambierà il paradigma: non sarà più lo scontro tra chi vuole comandare da solo e “i professionisti della democrazia”; ma tra chi vuole legittimare i cittadini, rafforzandone la sovranità, chi vuole impedire i ribaltoni di Palazzo e i governi tecnici espressione delle lobby, e chi invece, vuole restare fermo.
Sarà interessante se gli italiani raccoglieranno la sfida.

Ma un inciso: non parliamo di Terza Repubblica (mantra dei grillini). L’esempio francese (sinonimo di caos, compromesso tra sinistra e borghesia conservatrice dalle aspirazioni monarchiche, corruzione, bipolarismo tra il partito degli “scontenti” e il partito degli “opportunisti”, l’arrivo dei nazisti nel 1940),non è positivo. Nicola Porro è già arrivato alla Quarta Repubblica.

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