Atreju. Il volo e le radici. I cortocircuiti della destra. Basterà la Meloni?

lunedì, 18 Dicembre 2023
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La sinistra rosica. Bisogna dirlo. Non si aspettava il successo e il mondo presente ad Atreju.

Sperava in un effetto-domino con tanti rifiuti blasonati, (della serie “risposte modello-Schlein”), per poter dire che la destra di governo è fallimentare, ghettizzata, isolata in Europa, perde sui numeri economici e prima o poi, comincerà l’inversione di tendenza che riporterà al potere Pd e grillini: i buoni, i giusti, i democratici e gli antifascisti doc.
La stessa segretaria dem, visti i risultati positivi della festa, non ha pensato di meglio che continuare con la solita narrazione “etica”: come fanno a stare insieme i sovranisti peggiori della Ue (polacchi, ungheresi, olandesi, tedeschi), e i moderati? E, guarda caso, i protagonisti degni di nota che si sono affacciati sono stati esterni: il premier Rama albanese (c’è in ballo il famoso trattato sui migranti, al momento stoppato dalla sua Corte costituzionale), e il premier inglese Sunak (il fascino della Brexit).

Tradotto: tutti soggetti politici “ostili” a Bruxelles (Vox, i polacchi e compagnia cantando), o estranei (appunto, gli albanesi e gli inglesi).
E ancora: la sinistra ha tentato addirittura di aggrapparsi al “caso-Corsini”, il quale ha osato definire Fdi “il nostro partito”. Dimenticando la sfilza di intellettuali, giornalisti, esperti, imprenditori con la tessera di partito, venduti pubblicamente da decenni dalla Rai come osservatori obiettivi ed esperti indipendenti.

Antonio Polito sulle pagine del “Corriere della sera” ha tentato di analizzare la presunta contraddizione tra “le radici” e “i potenti” invitati ad Atreju, fotografando le posture modernizzatrici e internazionali della destra (lo show mediatico di Musk), e un passato nostalgico cui non sa liberarsi, ben fotografato, secondo lui, dagli stand che nel nome di una sovranità alimentare macchiettizzata (l’effetto-Lollobrigida), hanno offerto ai passanti, lasagne, porchetta e carbonara.

Cerchiamo di mettere ordine ad una materia che invece, va affrontata con serietà e che attiene al posizionamento politico e comunicativo di ogni partito, che dall’opposizione è costretto a cimentarsi con le nuove responsabilità di governo.

Comunemente, in tv, sui social, si sfottono quei leader che mutando le prospettive dicono cose opposte rispetto alle fasi precedenti. Come dire, la politica è il regno delle contraddizioni, della falsità e dell’ambiguità. Un’operazione che porta a fare le pulci a tutti e che non salva nessuno.
Ma se approfondiamo c’è un tema più serio. La Meloni e non solo, ha un problema che se non risolto potrebbe far esplodere alcuni cortocircuiti che già stanno cominciando a serpeggiare nell’ambiente destro.
Come leader di governo ha grinta, forza, autorità; si sta facendo rispettare da alleati e non. Ha in mente un indubbio disegno geopolitico e geoeconomico, che dovrà essere giudicato al termine della legislatura. Il piano Mattei, l’allineamento estero sulla guerra, le relazioni ottimali sul piano personale, il fenomeno migratorio, fanno il paio con l’equidistanza rispetto a Israele, la sintonia con i non-allineati, sia in Europa, sia nel resto d’Europa (i paesi della penisola balcanica), sia nel mondo (strategie d’intesa con i paesi arabi sulle fonti energetiche, con un piano integrato di buon senso, contrario all’ideologia green etc).

Solo un minestrone? No, prefigura un diverso assetto politico e culturale della Ue in vista del prossimo voto: una maggioranza di centro-destra (Ppe, conservatori e liberali), capace di stravolgere l’attuale “maggioranza Ursula” (prova ne è che la presidente le sta attaccata come una mignatta). Occorrerà vedere però, se tale fronte dovrà per una questione aritmetica avvalersi pure del contributo di “Identità e democrazia”, l’internazionale sovranista a baricentro leghista.

E qui viene il problema “identità-radici”. Da un lato, la Meloni sta volando alto in Europa e nel mondo, si pensi ai contatti e ai riconoscimenti che oramai le vengono tributati all’unanimità; dall’altro, non può distaccarsi totalmente dal quel target tradizionale che l’ha sospinta a Palazzo Chigi e che sta iniziando a deludere (proprio sulle posizioni eccessivamente atlantiste, europeiste e draghiane in economia). Un target adesso concupito da Salvini che pensa di riempire.

Un cortocircuito che non è confusione o demagogia, ma dualismo obbligato e che si è notato plasticamente ad Atreju.
Un nome, Atreju, che evoca una storia e un immaginario destro degli anni Settanta-Ottanta, come per Tolkien, icona del conservatorismo tradizionale e tradizionalista (i famosi campi Hobbit).
Insomma, militanti, passato almirantiano, i Gabbiani, tradizione, modernità e ruolo istituzionale moderno, possono non coincidere, a meno che non si compia una importante e delicata operazione di attualizzazione dei valori. Valori (“Dio-patria-famiglia”), che non vanno azzerati, ma nemmeno musealizzati.

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