Immigrazione, Meloni cambia la Bossi-Fini: cosa non funziona più

mercoledì, 5 Giugno 2024
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Immigrazione, è tempo di cambiare. Giorgia Meloni vuole riscrivere la Bossi-Fini. È una mossa che ha del clamoroso. Perché la legge che porta i nomi  dell’ex leader della Lega e dell’ex leader di An è da oltre vent’anni uno dei motivi di vanto del centrodestra, avendo regolato nel 2002 un settore che fino ad allora era un vero caos, con l’immigrazione selvaggia che sembrava un problema senza soluzione

Ora però si è scoperto che nello strumento dei flussi di immigrati regolari (previsto da questa legge) si annidano truffe e criminalità. Le maglie dei controlli si sono troppo allargate.  Alla base degli abusi c’è un’amministrazione pubblica che non è grado di gestire materialmente  l’arrivo, ogni anno, di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. E di accertare soprattutto che si tratti sempre di gente per bene, spinta verso il nostro Paese dall’effettiva voglia di lavorare onestamente.  Il rilascio dei visti, infatti, è determinato dal numero di richieste inoltrate da privati e imprese nei «clic days», i giorni dell’anno in cui la richiesta di manodopera extra-comunitaria viene incanalata sui siti del ministero dell’Interno. Ma questa semplicità unita al meccanismo di silenzio-assenso (inevitabile per l’impossibilità di verificare in tempo utile le centinaia di migliaia di domande presentate in pochi giorni) ha facilitato l’intrusione di criminalità organizzata e truffatori.

A questo punto la Meloni ha detto «alt», bloccando di fatto lo strumento dei flussi. Non si tratta comunque di un fulmine a ciel sereno. Perché, nei mesi scorsi, gli abusi erano già stati denunciati dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Lo stesso Gianfranco Fini, del resto, aveva più volte ribadito, negli anni passati, che la legge che porta il suo nome insieme a quello di Umberto Bossi aveva bisogno di un «tagliando».

La premier ha accompagnato l’annuncio delle modifiche con la mossa di un esposto alla Procura nazionale antimafia, vista la capacità delle mafie di incunearsi nelle disfunzioni della Pubblica amministrazione nel campo dell’immigrazione. «Ci troviamo di fronte a un meccanismo di frode, con la pesante interferenza del crimine organizzato, che dobbiamo correggere. Esattamente come abbiamo fatto per il superbonus edilizio e per il reddito di cittadinanza». Non che superbonus e reddito c’entrino molto con l’immigrazione, ma siamo pur sempre a pochi giorni dalle Europee e la premier ne approfitta per rendere la pariglia sia a Giuseppe Conte sia a Elly Echlein che in questa settimana la stanno attaccando a testa bassa .

La Meloni s’è voluta togliere i suoi sassolini  nella scarpa anche attaccando i passati governi di centrosinistra e alcune regioni (in primis quella del suo “caro nemico” Vincenzo De Luca) per il modo in cui hanno applicato la legge. «È ragionevole che queste degenerazioni si trascinassero da anni e mi stupisce che nessuno se ne sia reso conto».

L’immigrazione entra dunque con prepotenza nella campagna elettorale. Non per niente, la Meloni ha dato l’annuncio della revisione della Bossi-Fini alla vigilia della visita al premier albanese Edi Rama, una visita volta a rilanciare davanti all’opinione pubblica l’accordo con Tirana per la gestione degli arrivi dei migranti. In questi giorni tutto si fa in funzione dell’imminente appuntamento elettorale, con la consapevolezza che dopo il 9 giugno i problemi torneranno a bussare alla porta.  Speriamo solo che qualche soluzione si veda all’orizzonte.

 

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