Salvini attacca Tajani definendo «imbarazzante» il suo voto in favore di Ursula von Leyen. Tajani risponde per le rime dicendo all’alleato di governo che in Europa non conta nulla. La tensione cresce e Forza Italia fa capire che metterà qualche paletto al ddl sul nuovo codice della strada che invece Salvini vorrebbe vedere approvato al più presto. Alla fine Giorgia Meloni sbotta e, attraverso il vicepresidente di FdI in Senato, Raffaele Speranzon, lascia scivolare la minaccia di una verifica di maggioranza, che normalmente è il primo passo verso una crisi di governo.
Forse è un semplice temporale estivo o forse no. È certo comunque che qualcosa sta accadendo nel centrodestra. Non che ci sia mai stato l’idillio tra alleati-rivali, ma stavolta le tensioni stanno superando il livello di guardia. Di qui la necessità, per la coalizione, di fare un “tagliando” a quasi due anni dalla nascita del governo. Il rischio è quello che il processo di logoramento diventi cronico e che ciò vada a compromettere l’azione del governo nei decisi appuntamenti dei prossimi anni: dalla necessità di rifinanziare le varie riduzioni fiscali nel quadro delle più stringenti regole europee al referendum sull’autonomia differenziata proposto dalle opposizioni, dall’approvazione del premierato al conseguente referendum confermativo, dalle guerre e tensioni internazionali alle ripercussioni della probabile riconquista della Casa Bianca da parte di Donald Trump nel novembre prossimo. L’agenda di metà legislatura (e anche oltre) è quantomai fitta. E insidiosa. Ce la faranno i nostri eroi a mantenersi uniti fino all’”ordalia” delle elezioni politiche del 2027?
Al dunque, di quale malessere soffre oggi il centrodestra? In realtà si tratta di tre malesseri in uno. E sono quelli che riguardano rispettivamente i tre leader della coalizione. Analizziamoli uno per uno.
Cominciamo dal malessere di Matteo Salvini. Il leader della Lega s’è sentito sui carboni ardenti, come si sa, fin dall’inizio della legislatura. L’8.9% conquistato alle elezioni politiche gli è andato strettissimo e non s’è voluto rassegnare al ridimensionamento politico. Di qui i continui strappi e le accelerazioni, soprattutto in politica estera, campo in cui ha voluto marcare la differenza da Meloni e da Tajani. Il fatto di aver confermato sostanzialmente i suoi voti alle ultime Europee (e di aver quindi salvato la leadership nella Lega) non lo ha placato, ma lo ha messo ancora di più in agitazione, anche perché non gli è andato giù il sorpasso compiuto da Forza Italia sul Carroccio: solo mezzo punto in più, è vero, ma sufficiente a innervosirlo e a spingerlo a cercare occasioni di rivalsa.
L’occasione, ghiotta, è arrivata con il voto del Parlamento europeo sulla riconferma di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea. Il fatto che anche FdI ha votato no ha ingolosito Salvini. Di qui il suo tentativo di mettere ai margini Forza Italia, che invece, come è noto, ha votato a favore della presidente uscente della Commissione.
In questo rinnovato ardore sovranista di Salvini giocano anche due importanti fattori internazionali. Primo, l’affermazione elettorale in Europa di Marine Le Pen e la nascita del gruppo dei Patrioti, circostanze da cui il segretario della Lega spera di trarre vantaggio in termini di prestigio e di influenza, ancorché abbia dovuto già incassare una brutta figura con il no di Jordan Bardella a Roberto Vannacci come vicepresidente del gruppo dei Patrioti. Il secondo fattore si chiama Donald Trump: Matteo spera che la possibile vittoria del tycoon alle elezioni presidenziali tra quattro mesi rimescoli le carte della politica internazionale, con l’eventuale rilancio delle posizioni politicamente scorrette della Lega e con il possibile ridimensionamento della linea moderata e atlantista fin qui seguita dal governo.
E veniamo al malessere di Antonio Tajani. Il problema del leader di Forza Italia è meno appariscente ma non per questo meno serio. Si tratta del nervosismo crescente di Pier Silvio e Marina Berlusconi nei confronti del governo. Inizialmente favorevoli a Giorgia Meloni, gli eredi di Silvio si sono piuttosto raffreddati per una serie di scelte compiute dall’esecutivo nell’ultimo anno: dall’iniziativa unilaterale (poi neutralizzata) della premier di tassare gli extraprofitti delle banche (nel patrimonio della famiglia Berlusconi c’è Mediolanum) al tentativo di Salvini di ridurre il canone Rai, fatto che comporterebbe una redistribuzione degli introiti pubblicitari a danno di Mediaset. A fare infuriare Pier Silvio e Marina è stata poi l’iniziativa di Salvini di intitolare a Silvio l’aeroporto di Malpensa senza consultarli. Un vero affronto. Perché Giorgia ha lasciato fare? Forse c’è di mezzo anche la storia della fuorionda di Andrea Giambruno trasmesso nell’ottobre scorso da “Striscia” e dietro il quale, secondo vari malpensanti, ci sarebbe lo zampino dei due fratelli di Arcore.
Il voto della Meloni contro la von der Layen può aver infine indotto la famiglia Berlusconi a pensare che sia in atto una deriva sovranista nel governo. Di qui la “convocazione urgente” di Tajani avvenuta pochi giorni fa. I figli di Silvio hanno trasmesso al leader di Forza Italia questo, imperioso messaggio: «Più coraggio, più innovazione, non solo resistenza ma anche attacco per affermare le idee liberali di Forza Italia». Il povero Antonio è sempre stato amico di Giorgia, ma non può ignorare l’”ordine” che è partito da Arcore: FI esiste anche grazie al sostegno economico dei Berlusconi.
Parliamo ora del malessere della Meloni. L’ultimo accenno di rissa all’interno del governo è il sintomo di un possibile indebolimento, in questa fase, della leadership di Giorgia nella coalizione. Sembra passato un secolo dal 9 giugno scorso, quando dalle urne uscì la chiara affermazione di Fratelli d’Italia, con tutti i commentatori che sottolineavano la circostanza che il governo guidato da Giorgia Meloni era l’unico a vincere in Europa.
Da allora, soprattutto per iniziativa di Parigi e di Berlino, è partita una manovra volta al ridimensionamento politico della premier italiana in Europa. Il primo atto è avvenuto al Consiglio europeo di fine giugno: gli esponenti della maggioranza che sosteneva la riconferma di Ursula von der Leyen hanno cominciato a dire che il possibile appoggio della Meloni non era né richiesto né necessario, con il cancelliere tedesco che ha bollato la nostra premier come appartenente all’«estrema destra». A quel punto non rimaneva a Giorgia che astenersi nella designazione di Ursula. Il secondo atto l’abbiamo invece visto rappresentato nel voto del Parlamento europeo sulla riconferma della presidente uscente. E qui ha sicuramente nuociuto alla Meloni il fatto di non aver dichiarato subito quale sarebbe stato l’orientamento di Fratelli d’Italia. A indebolire la premier non è stato tanto il no a Ursula quanto l’immagine di indecisione fornita dalla premier a causa della suspense sul voto di FdI che si è protratta fino allo fine.
Le conseguenze dell’atteggiamento della Meloni sono state subito avvertite in Italia, a partire dalla polemica tra Salvini e Tajani, che hanno avuto buon gioco a rivendicare, entrambi, l’assunzione di una posizione netta, facendo con ciò risaltare l’indecisione della premier.
Ora la Meloni ha la necessità di recuperare autorità nella coalizione imponendo l’unità del centrodestra sui tentativi di divisione emersi in questi giorni. Nello stesso tempo dovrà prepararsi alle bufere di fine anno, che potranno derivare dall’eventuale vittoria di Trump alle elezioni presidenziali. In tale senso, dovrà per forza recuperare i rapporti con l’Europa, perché avrà comunque la necessità di un punto d’appoggio. Dovrà soprattutto impedire che uno dei suoi punti di forza, la politica estera, diventi il suo tallone d’Achille.



