Da adesso in poi sarà solo una questione di comunicazione. Strategie che da qui al voto vedranno impegnati allo spasimo staff, spin doctor ed esperti.
Un “teatro” dove i due protagonisti dovranno essere unicamente dei bravi esecutori di spartiti preparati a tavolino. D’altra parte, negli Usa un dubbio sul ruolo e l’effettiva importanza dei presidenti (che ricordiamo, essendo una Repubblica presidenziale, sulla carta sono sia arbitri che capitani, sia capi di Stato, sia capi di governo), ce lo dobbiamo porre.
Non è una novità che gli apparati, i servizi, le lobby, i grandi monopoli economici multinazionali, i trust, comandino e primeggino sul potere politico. Come spiegare diversamente il falso pompaggio di Biden, ridotto oggettivamente ai minimi termini già da parecchi mesi, le cui condizioni mentali e fisiche sono state bellamente nascoste all’opinione pubblica? Considerando in aggiunta che qualcuno avrebbe voluto addirittura perpetuarlo, “eternarlo” per altri 5 anni.
Peccato per loro che la bomba-verità sia scoppiata durante il “naufragio tv”, il famoso drammatico confronto con Trump.
Solo responsabilità dei comunicatori di Biden o molto di più? E’ logico, che da questo punto di vista il tycoon risulti indigesto a chi guida nei fatti il paese.
Abbiamo parlato di spartiti, perché la campagna elettorale procederà, come sempre, su schemi scientifici, partendo dal presupposto che l’America, fin dalla sua nascita, vuole e si accontenta soprattutto di recite, non di sostanza. Dove nasce il sentimentalismo a suon di “torniamo a casa, abbiamo fatto la cosa giusta e tutto andrà bene”? Nasce negli Usa.
Non scopriamo ora che la moderna comunicazione politica, basata sulla narrazione, lo storytelling, i sondaggi, la mera vendita del partito e del leader come prodotti commerciali, siano stati il parto degli Usa fin dal 1938 con Roosevelt.
Questo per dire che fino a novembre assisteremo a una efficace “mega-fuffa” incentrata principalmente sulle parole e sulle immagini-simbolo. Con pochissimi riferimenti ai programmi e alle ricette concrete.Mega-fuffa che piace tanto ai cittadini americani che giudicano molto poco sulla base della vita che conducono (questione sociale, economica, sanitaria), che pur incide negativamente sulle loro esistenze, problematiche importanti tenute di sfondo, ma che preferiscono sognare. E’ il sogno americano, sia di destra, sia di sinistra.
In fondo, “l’impero del bene” ha come regola religiosa i sogni, i proclami, le suggestioni, le icone, il moralismo.
L’impostazione delle campagne incrociate di Trump e della Harris seguiranno tale schema “imperiale”.
Vediamo il “sogno dem”, se come sembra, Kamala sarà nominata alla convention di Chicago.
La strategia e l’obiettivo del suo staff è far coincidere l’immagine personale, fabbricandone posture e parole-chiave ben precise, con la percezione e l’aspirazione emotiva del suo popolo (il target liberal, radical).
In una qualsiasi democrazia seria il consenso, almeno teoricamente, dovrebbe maturare dalle soluzioni proposte per il bene della polis. Soluzioni diverse che connotano le idee di destra e di sinistra. Entrambe con pari dignità e reciproca legittimazione. Ma non è così da tempo. L’Europa è ormai inquinata e drogata dalle opposte tifoserie: un perenne scontro mediatico (fascismo, antifascismo, comunismo, anticomunismo, sovranismo, globalismo, liberismo, statalismo, cattolicesimo, laicismo, europeismo, anti-europeismo etc), senza esclusione di colpi.
E in America, la patria della “cancel culture”, tutto è ancora più radicale: bene contro male, speranza contro odio, compassione contro arroganza del denaro, democrazia contro golpisti, uomini per bene contro stupratori, predatori sessuali e imprenditori criminali.
Non è questa l’impostazione mediatica della Harris, subito costruita dalla sua squadra dopo la rinuncia di Biden? Un Biden che nel discorso alla nazione, ovviamente ha rimarcato i medesimi concetti: i dem sono il bene, i repubblicani di Trump il male.
Procediamo ancora per immagini e posture-fuffa. Altro precetto: basta essere di colore, aver scalato i gradini del capitalismo Usa per essere apprezzate. Kamala gioca e giocherà sulla sua faccia multirazziale. Una faccia “giovane” che obbligherà Trump a rivedere i suoi messaggi incentrati sull’antagonista più anziano. Il duello sarà tra lui, diventato improvvisamente il più vecchio (78 anni) e la “giovane Kamala”, con lo scopo di riportare i giovani e le minoranze etniche a votare.
La Harris sarà, infatti, un concentrato di mondo arcobaleno, diritti civili, aborto e “legge e ordine”, dato il suo passato di procuratrice di San Francisco e di ministro della Giustizia della California. Comandamento “legge e ordine” che andrà a rosicchiare un po’ di elettori di Trump, storicamente sensibili al tema.
E col moralismo giustizialista lei è già partita (“conosco i tipi come Trump, predatori sessuali e truffatori, imbroglioni”).
Una cosa è certa, sarà strumentalmente santificata dai potentissimi media nazionali e internazionali, gli stessi media che l’hanno finora criticata, oscurata, con la complicità di Biden quando aveva il polso del potere in mano. E se ci saranno gli attesi confronti tv col tycoon lo spettacolo sarà certamente più effervescente e conflittuale.
Il “sogno di destra” dovrà invece, essere rivisto dagli spin doctor di Trump. In continuità con alcune idee già note, come il Dna dell’America profonda che lui intende rappresentare, nella divaricazione evidente tra paese reale e paese legale, tra popolo e casta, tra “alto” e “basso”, tra provincia e metropoli (“La vera America sono io”); e in discontinuità con la strategia “anti-Biden”, al momento vincente (specialmente dopo l’attentato in Pennsylvania).
Su legge e ordine, amicizia con la Polizia, dovrà obbligatoriamente alzare i toni per non farsi scippare l’argomento. Si vedano le offese che già circolano: “è pazza, ride troppo, sarà facile batterla”.
Per il resto, con Vance si completa: Trump incarna il sogno degli americani che diventano ricchi, il suo vice il sogno degli emarginati, dei dimenticati, che aspirano a diventare ricchi.
Interessante la questione della legittimità democratica. Trump condannato a passare alla storia come golpista, si pensi all’assalto a Capitol Hill, ora dà i voti legali agli avversari: “Se Biden ha lasciato per incapacità, come può restare al comando per altri 6 mesi”? E la Harris, “come può considerarsi candidata, se è frutto di un colpo di stato interno del suo partito?”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Vance: Kamala non può intestarsi i fondi elettorali per le presidenziali. Non essendo ancora ufficialmente candidata sono illegittimi.
E l’eterogenesi di fini: chi di democrazia colpisce, di democrazia perisce.


