Regionali. Sindaci e civici, ecco il messaggio per destra e sinistra. Basta caste

martedì, 19 Novembre 2024
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Ci sono tante lezioni che vengono da questo voto regionale. E il dato riguarda sia la destra che la sinistra. Innanzitutto, nessuno canti vittoria e nessuno si tracci le vesti per la sconfitta.
Le consultazioni locali al massimo rappresentano un segnale che va considerato ma non drammatizzato. Ovviamente il circo mediatico della sinistra e il ritrovato “campo largo” esultano, come se fosse caduto il governo Meloni; è il medesimo atteggiamento post-Sardegna, subito represso e frustrato dopo la Liguria.
Ma sul segnale dobbiamo ragionare.
L’astensione ormai, è l’autentico vulnus della nostra rappresentanza democratica. Non solo italiana. E su ciò convergono molte letture: disaffezione, rabbia, impotenza popolare, mediocrità dell’offerta politica e dei candidati. Tutto giusto. Ma c’è sicuramente un tema molto più profondo: il distacco incolmabile tra istituzioni e società, tra popolo e caste di qualsiasi genere e appartenenza. E’ il famoso nuovo schema che in politica si sta affermando ovunque e che è destinato a macerare, consumare, superare il bipolarismo classico “destra-sinistra”. Ossia, “alto-basso”. E’ lo schema che ha visto trionfare Trump, con le ripercussioni che attendiamo anche da noi in Europa.
Se in Emilia solo il 46% dell’elettorato si è recato alle urne, un motivo c’è. Medesimo discorso per l’Umbria (il 52% di votanti). Ed ecco che il consenso complessivo dei partiti e degli schieramenti, a conti fatti, vale molto di meno. Si tratta di plebisciti dimezzati. Michele De Pascale, sindaco di Ravenna e neo-governatore dell’Emilia, in realtà (altro che il 56%) ha appena il 28% del consenso vero. E la stessa Stefania Proietti passa dal 51% al 25%.
Un segnale per Palazzo Chigi? Sì, ma non nel senso enfatizzato dalla Schlein. Ha a che fare con la classe dirigente e la scelta dei candidati sul territorio, per lo più espressione di semplici ambizioni e piccoli interessi geografici.
Una cosa è certa: quando la sinistra propone gli Orlando, cioè la nomenklatura calata dall’alto, perde. Quando si affida a personaggi civici, a sindaci, che rivendicano una netta autonomia rispetto al partito e ai giochi romani, aggrega e prevale. Personaggi che non solo si affermano, ma riescono a trascinare positivamente, in questo caso, pure la loro area (il Pd).
Ma quella della segretaria dem rischia di diventare una vittoria di Pirro: il 30% in Umbria e il 42% in Emilia prefigurano scenari da partito unico (quella vocazione maggioritaria di veltroniana memoria), che non vuol dire necessariamente maggioranza alternativa al governo di centro-destra (la somma aritmetica). Tradotto, il campo largo è unicamente per il Nazareno. Mentre i 5Stelle, in attesa della famosa assemblea costituente (rigenerativa o funeraria), restano desolatamente al palo, con percentuali disastrose: il 3% in Emilia e il 4% in Umbria. Non crediamo a questo punto che a Conte convegna proseguire sulla strada dell’“annessione dem”.
Domande per il centro-destra: possibile che si imponga la ricandidatura di una uscente, come la leghista Tesei, oggettivamente in calo, solo per meri equilibri interni alla coalizione, nonostante il fatto che Salvini sia in caduta libera? Anche perché, l’argomento si riproporrà alle prossime regionali, a partire dal Veneto. Il dubbio amletico sarà un autentico tormentone: decidere in base al consenso presente o a quello passato?
Il centro-destra poi, impari dalla sinistra quando vince: fa scendere in campo civici, sindaci, che in qualche modo sono trasversali. Mentre De Pascale è degno figlio di Bonaccini, la Proietti è il prodotto vivente di quel buon governo amministrativo (Assisi) e del catto-comunismo, che specialmente in certe regioni, come l’Umbria, è ancora un mastice interessante e redditizio. La vittoria ligure del sindaco di Genova Marco Bucci, malgrado la campagna giacobina di certo giustizialismo manettaro italico, avrebbe dovuto insegnare qualcosa alla Meloni e a Salvini.
E’ evidente e logico che ora la premier rivendichi per il futuro candidati frutto dei nuovi rapporti di forza tra Fdi, Fi e Lega.
La distanza tra il suo partito e la Lega, al momento è incolmabile: 19% a 7% in Umbria, 23% a 5% in Emilia. Un Carroccio tra l’altro, scavalcato da una Fi in crescita post-berlusconiana: 9,7% in Umbria e 5,6% in Emilia.
Non va sottovalutato infine, il risultato dell’autonoma Elena Ugolini. Il suo 40% non è male. Un buon viatico per ricostruire un centro-destra che deve investire sul domani e non limitarsi ad amministrare il presente e schivare i colpi della sinistra.

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