Capodanno. Cani, botti, rapper: il cortocircuito della sinistra

martedì, 31 Dicembre 2024
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Quand’è che casca l’asino? Nelle occasioni pubbliche, prima, durante e dopo gli appuntamenti collettivi importanti, banco di prova delle ideologie, dei modi di pensare, dei tanti, troppi, luoghi comuni della quotidiana narrazione politica.
Prendiamo questo Capodanno. Milano è diventata di fatto un lager, dove tutto è vietato, dove si incontrano fisicamente lo “Stato etico green” (i cappotti termici, le coibentazioni, le caldaie moderne, la mistica dell’elettrico, a partire dalle macchine: adempimenti che incombono), e da poco, lo “Stato di polizia salviniano” (limitazioni totali della libertà personale e di circolazione, con la giusta intenzione di moderare le morti per strada a causa dell’alcol, della droga e dei cellulari).
Morale, non si può nemmeno fumare all’aperto (regola pregressa rafforzata, estremizzata), e non si dovrebbero fare i tradizionali botti di Fine Anno (indicazione imperativa), sempre per l’inquinamento atmosferico (il suddetto Stato etico green), e per non spaventare i cani, diventati ormai degli idoli quasi più sacri delle persone.
E “Milano chiama Roma”; anche perché sono amministrate da sindaci dem; tradotto, i principali assertori, amplificatori e sostenitori del “Paradiso (laicista, liberal, ecologista, woke) sulla terra”. Un modello che mira a dividere plasticamente i cittadini in buoni e cattivi. Se uno, al contrario, tenta o evidenzia la complessità dei temi o delle soluzioni, si trasforma inesorabilmente in cattivo, in arretrato, incivile, egoista, inquinatore, razzista, medioevale.
Perché la sinistra va in cortocircuito? Perché storicamente è stata la bandiera della libertà, del libertarismo, dei diritti assoluti degli uomini, delle donne, delle categorie e classi sociali.
E come si concilia tale Dna con le odierne proibizioni, imposizioni e divieti di massa?
La risposta è semplice: la libertà è passata a destra, mentre l’uguaglianza è rimasta a sinistra. Non un’uguaglianza dal basso, della società, ma “etica”, decisa dall’alto, dal potere, dallo Stato (“modello-Robespierre”). E se il popolo non si adegua, c’è la repressione, ovviamente all’insegna del bene, della salute, del progresso, del verde etc.
Mai una riflessione sul tasso di regressione mentale dei cittadini. A nessuno viene mai in mente che certe regole verdi funzionano solo nel Nord-Europa, dove sono quattro gatti e non c’è la storia che abbiamo noi? Il disegno, per caso, è trasformare ogni centro storico delle nostre città in musei, popolati unicamente dal ceto politico e dai radical chic? E la “plebe”, confinata nelle periferie, sarà costretta a passare le dogane “Ztl”, vere e proprie forche caudine, o a restare tristemente a casa?
A nessuno viene in mente che “l’umanizzazione-divinizzazione” degli animali (che poverini, dopo aver mangiato il “Canettone”, soffrono per i botti), richiama direttamente il paganesimo (gli animali-dei), o l’attuale diffuso infantilismo di massa (cani e gatti come eterni peluche), che fanno il paio col materialismo, il consumismo e le “famiglie Disneyland”?
Autentica chicca, infine, la censura del Concertone di Fine Anno a danno di Tony Effe (dopo esser stato invitato), da parte del Campidoglio. Il sindaco dem Gualtieri l’ha motivata urbi et orbi “per non turbare la sensibilità dei romani (sicuramente in vista del Giubileo)”.
Come noto, i testi del rapper, sulla dignità delle donne, la droga e la violenza, non sono propriamente in linea col politicamente corretto.
Una censura che ha indignato anche Mahmood e Mara Sattei, colleghi di casa discografica, i quali senza fatica gli hanno espresso solidarietà. Una solidarietà del resto, ben ripagata: i tre faranno un loro concerto alternativo a quello ufficiale. Gli artisti cadono sempre in piedi, hanno capito il giochetto pubblicitario: fare le vittime e chiamare a raccolta i fan.
Ma pure qui: la sinistra che esalta la libertà di opinione e grida ossessivamente all’autoritarismo e alla censura fascista del governo Meloni, dopo ogni provvedimento, legge, dichiarazione dei suoi principali esponenti, o sulla Rai etc, nella inusitata veste oggi di censurare un cantante nel nome del politicamente corretto?
Guarda che ci tocca fare. Chi scrive condanna da decenni certi testi rap, spesso non sono mere foto negative della società (la droga, la violenza, il mancato rispetto delle donne, considerate oggetti per non dire altro), ma pura esaltazione di un chiaro malcostume da borgata da devianza giovanile.
Però, al momento, la censura capitolina va contestata e rifiutata. Stiamo vivendo un periodo in cui (per schema hegeliano “tesi-antitesi-sintesi”), al “buonismo” purtroppo si risponde con efficacia solo col “cattivismo”, non con un lessico educato, colto, alternativo al politicamente corretto (il buonismo di destra).
Infatti, chi buca oggi? Chi rompe il vocabolario buonista, disinfettato, neutro e neutrale a 360 gradi? Gli Sgarbi, i Feltri, i Cruciani, eredi dei Montanelli, dei Gervaso, Flaiano, Guareschi, Longanesi etc.
Nella speranza che un domani si possa fare una vera sintesi.
Ma la sinistra prima o poi dovrà uscire dal pantano politicamente corretto in cui rischia di affogare e suicidarsi.

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