Immigrati in catene. A chi fa veramente paura la foto incriminata

sabato, 25 Gennaio 2025
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Dopo gli annunci, dopo le parole, ecco una prima foto che fa male. Fa male alla sinistra, perché dimostra che Trump non scherza, non abbaia solo, ma morde pure. E non si vergogna nemmeno. Non a caso è stata la stessa Casa Bianca, con piglio trionfante e postura chiaramente provocatoria, a pubblicare le immagini di alcuni immigrati illegali che camminano in fila e in catene, inviando un messaggio inequivocabile al mondo: “Chi entra illegalmente negli Stati Uniti andrà incontro a gravi conseguenze. I voli di deportazione sono iniziati. Promessa fatta, promessa mantenuta”.
La sinistra, al di là della bile, dell’indignazione moralista, della contestazione ideologico-lessicale (re-immigrazione, deportazione), è nello psico-dramma. Inutile aggrapparsi al contropotere dei media, della magistratura, o alla opposizione di un partito democratico in crisi profonda. Negli Usa non funziona molto, quando c’è un avvicendamento politico, come invece accadrebbe in Italia, dove la politica è condizionata dai media e da certe procure.
Domanda: è pure una foto che fa male a Trump? Ecco il mostro, il nuovo Hitler che minaccia la terra, la democrazia?
Non crediamo. Anzi, i suoi immediati provvedimenti a 360 gradi, oltre alla lotta all’immigrazione illegale (provvedimenti sulla sicurezza, la vita, contro l’aborto, i tagli alle associazioni Lgbtq, i dazi, le nuove politiche contro il green, la pena di morte, le trivellazioni etc), sono perfettamente in linea col programma votato a netta maggioranza dagli americani (comunità afro-americane, ispaniche comprese), evidentemente stanchi delle ricette dem, della narrazione liberal, radical, a suon di cancel culture e cultura woke (si legga censura progressista).
Scelte che stanno cominciando già, a pochi giorni dall’ insediamento del tycoon, a dare i primi risultati oggettivi. Putin non solo non si è arrabbiato, quando Trump gli ha detto che deve smetterla con questa stupida guerra, ma ha replicato affermando che è pronto a negoziare la pace con lui, aggiungendo che se non avesse perso le passate presidenziali, “l’operazione speciale in Ucraina” non ci sarebbe stata. Per non parlare del veloce accordo Israele-Hamas.
Per la Meloni, unica invitata alla cerimonia del 20 gennaio e unica europea apprezzata (le parole di giovedì del presidente), si preannunciano tempi difficili. Sarà costretta, suo malgrado, a disputare una partita epocale: o puntellare un’Europa che non esiste più (che ha riconosciuto all’Italia un ruolo non da poco, con la scelta di Fitto), o mediare con Trump il disegno di un nuovo ordine continentale, facendo gli interessi soprattutto dell’Italia (i famosi accordi bilaterali).
Tornando alla foto incriminata, due parole. Formalmente le scene che sono state pubblicate non rientrano nella sensibilità di chi scrive. D’altra parte, gli Usa hanno questo Dna. Sono un popolo di ex-cowboys, che hanno in testa solo le pistole. E poi, la loro natura profonda attinge le radici, al di là delle convinzioni di fede, più o meno forti, nel protestantesimo, che non ammette perdono, conversione, cambiamento, correzione, recupero. Di qui la pena di morte, le punizioni, il dividere i cittadini in buoni e cattivi, in “eternamente beati” e in “eternamente dannati”. Il cristianesimo è agli antipodi. Infatti, le nostre pene sono mirate alla riabilitazione del condannato.
Inoltre, non dimentichiamolo, gli Usa sono una repubblica presidenziale, in cui l’arbitro è anche capitano. Decide e fa. E dalle parole si passa subito ai fatti concreti. Non come in Italia (Repubblica parlamentare), dove ci si può permettere il galleggiamento dei concetti e quindi, la retorica, l’ipocrisia e la narrazione a costo zero da parte di ogni protagonista della politica, della cultura, del giornalismo, delle istituzioni.
Sostanzialmente, va detto, la battaglia contro l’immigrazione illegale è appena cominciata. E i tanti “professionisti dell’umanità” (postulato superiore alle sovranità degli Stati) e ora, in funzione anti-Trump e anti-Musk, i nuovi “professionisti della sovranità” (la paura del Grande Fratello di destra e dell’interconnessione-sovrapposizione economia-tecnologia-informatica-economia-politica), devono rassegnarsi. Non siamo di fronte al ritorno del male, del nazismo, della follia, ma alla incompatibile e inconciliabile differenza tra una “modernità laicista”, e una “modernità antropologica”, incentrata sul primato della vita, della natura (e non della mente, dove ogni desiderio deve diventare obbligatoriamente un diritto), il primato della famiglia naturale, la differenza tra maschio e femmina, delle identità storiche, culturali e religiose dei popoli.
Uno scontro di civiltà senza prospettiva di sintesi. E senza prigionieri. E che vinca il migliore (o il peggiore).

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