Ricorre oggi il trentesimo di Fiuggi, una svolta storica che inaugurò la stagione della destra di governo, sdoganata dai fatti (il voto alle amministrative del ‘93 e alle politiche del ’94); sdoganata dalla storia (l’effetto di Tangentopoli, il clima anti-corruzione che premiò allora l’Msi, in quanto partito legalitario non coinvolto negli scandali ed estraneo al sistema partitocratico, il cosiddetto arco-costituzionale); destra sdoganata dal sistema elettorale, il Mattarellum, che obbligava a coalizioni bipolari (schema sconosciuto nella prima Repubblica; poli che erano e restano ancora, non propriamente omogenei); e sdoganata dalla leadership rivoluzionaria di Silvio Berlusconi e dalla sua invenzione creativa: il Polo del Buon Governo e il Polo della Libertà, conciliando cani e gatti, Fiamma Tricolore e Lega.
Poi, le cose andarono come sono andate. Il Cavaliere ha rappresentato il viatico e il tappo del centro-destra, cambiamento genetico compreso (il garantismo, gli scontri con la magistratura, una classe dirigente presa dal partito-azienda e da ex-Dc ed ex- socialisti).
Per quel che mi riguarda, quella stagione e nei decenni successivi, l’ho vissuta direttamente, dando il mio contributo di studioso, accademico, giornalista e spin doctor. E l’ho fatto all’interno di realtà editoriali, cenacoli culturali e relazioni istituzionali.
Mi riferisco all’esperienza de “L’Italia settimanale”, diretta dall’amico e maestro Marcello Veneziani, che prima della “proposta-Fisichella” (ricordo che il nome Alleanza nazionale appartiene a pieno titolo alla resistenza conservatrice, liberale, monarchica, antifascista, ad opera di un piccolo gruppo che per primo agì contro Mussolini, dal 1928 al 1931, guidato dal poeta Lauro De Bosis), ipotizzò alleanze alternative tra Fi, Msi, Lega, con l’aggiunta del Piccone-Cossiga. Poi, i miei libri “Oltre il polo, il nuovo manifesto dei conservatori, la collettanea “Rivoluzione-blu” (sul conservatorismo), insieme al mio amico Aldo Di Lello, e infine, “Terza Repubblica”, in cui “profetizzavo” in epoca non sospetta, l’incontro tra presidenzialismo e federalismo. In sintesi, tra Fini e Bossi. Poi, sono stato responsabile della formazione della comunicazione della Fondazione Fare Futuro e direttore della rivista “La Destra delle libertà”, che grazie al lavoro di una squadra di giovani intellettuali e giovani impegnati in politica (su tutti Amedeo Giustini), ha fornito alla politica tante indicazioni e suggerimenti (sull’immigrazione, lo Stato laico, i valori etici, la cittadinanza, i comuni detangentizzati etc).
Ma ora la domanda che dobbiamo farci, andando oltre le vicende del Pdl, e dello scontro tra Fini e Berlusconi, è quanta Alleanza nazionale c’è in Fdi.
Se il tema riguarda la costruzione di un moderno partito conservatore di massa, la risposta è affermativa. Siamo nella direzione giusta.
Sul piano politico, è indubbio che il progetto della Meloni segua questa scia pur differenziandosi, con un consenso che An non ha mai raggiunto, stante ovviamente, le diverse condizioni storiche, le capacità personali della premier e l’assenza di un leader totalizzante e caratterizzante, come il Cavaliere.
Sul piano culturale (premessa di una politica stabile), invece, il lavoro ancora è in progress. Conciliare l’anima liberale, l’anima cattolica, in chiave conservatrice italiana è un impegno forte che presuppone una condizione basilare: le idee non vanno rimosse, azzerate, né musealizzate. Vanno attualizzate. E i processi di trasformazione necessitano di una adeguata metabolizzazione e di un’azione profonda.
Altrimenti la modernizzazione di un partito o di un ambiente, risulta posticcio e superficiale. Condizionato dai tempi della politica, dalle urgenze di governo e da situazioni esterne.
Un argomento questo, non da poco. Anche perché l’Italia non ha nulla a che vedere con lo schema bipolare “anglosassone” (conservatori-laburisti) che il Mainstream tenta ciclicamente di imporci. Noi siamo eredi di una peculiarità che non è un’anomalia: intellettuali, capi politici, che da sinistra sono andati a destra (da Garibaldi, a Crispi, a Mussolini a Craxi etc). Siamo figli di una destra risorgimentale liberale in politica, ma non liberista in economia; della dottrina sociale della Chiesa e del Welfare di Giolitti e Mussolini.
Portare oggi questo Dna è molto complesso, ma è fondamentale per avere una classe dirigente all’altezza del suo compito e mandato storico: disegnare l’Italia del futuro. E non una classe dirigente unicamente impegnata a gestire il presente, la prassi politica, o a compiacere i capi.
La distanza, nel giorno della memoria, dal nazismo e dal fascismo, corresponsabile di certi atti e le leggi del 1938 (“Un piano, quello condotto dal regime hitleriano, che in Italia trovò anche la complicità di quello fascista, attraverso l’infamia delle leggi razziali e il coinvolgimento nei rastrellamenti e nelle deportazioni “), unisce quindi, Fdi ad An (la famosa mozione di Fiuggi contro l’antisemitismo), sia la Meloni a Fini (quando disse che quel momento fu “il male assoluto”), ma anche e soprattutto a quell’Alleanza nazionale di Lauro De Bosis.
E su questo c’è ancora da camminare. E non sarà facile. Superare le mere esigenze elettorali è la scommessa da vincere e che distingue gli statisti dai politici. I primi pensano alle nuove generazioni, i secondi alla propria rielezione. Come ebbe modo di dire De Gasperi.
Giornata della Memoria. La frase della Meloni nel giorno del trentesimo anniversario di Fiuggi. Ecco il messaggio



