Ucraina. Il mea culpa di una Ue marginale. E gli Usa ci spiegano i nostri nemici interni

lunedì, 17 Febbraio 2025
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Ormai “l’effetto-Trump” sull’Ucraina sconvolge l’Europa. E ogni cosa è destinata ad essere ridiscussa. Un riposizionamento obbligato tra chi, come noi, abbiamo sbagliato scelta e adesso siamo costretti a correggerci, e chi al contrario, aveva ragione fin da subito, ma che veniva etichettato come filo-putiniano, nemico dell’Occidente e dei suoi valori (che un giorno qualcuno dovrà pur spiegare nel dettaglio, considerando che nessuno li conosce).
Domanda: l’Europa cos’è? Un involucro di interessi lobbistici o una costruzione ideale da perfezionare attraverso una profonda nuova, auspicabile, rivoluzione? I suoi cosiddetti Stati sovrani sono ancora sovrani, visto che non battono moneta, non sono padroni dell’economia, delle infrastrutture e delle fonti energetiche? E in che misura sopravvivono di fronte al riemergere di “aree imperiali”, come quella euro-asiatica a guida russo-cinese e quella occidentale a guida americana?
Ecco che infatti, il tycoon ha soltanto evidenziato la nostra crisi continentale-strutturale, facendo valere il suo pugno duro. E siamo solo all’inizio.
Con quale agenda? Innanzitutto, scavalcando una Ue imbelle, fatiscente e colpevole di aver foraggiato l’Ucraina (da totale entità ascara di Biden), senza capire che il dramma è partito dalla violazione di Zelensky degli accordi di Minsk del 2014, con relativo massacro di civili in Donbass (violazione che ha scatenato Putin). Quel Zelensky che, al momento, non ha ottenuto nulla, né vittoria, né ingresso nella Nato, né adesione alla Ue. Anzi, ha dovuto ammettere che è disposto a cedere i territori occupati dalla Russia (e che diranno le famiglie di quei 500mila, tra soldati morti e civili feriti che hanno combattuto inutilmente?).
E’ ovvio che ora la nuova diplomazia “Usa-Russia” pensi di metterlo all’angolo. Al massimo sarà informato a cose fatte. La frase emblematica è che sarà “coinvolto”, ma non nei negoziati; solo nelle decisioni, che presuppongono chi decide e chi prende atto dopo. Il segretario di Stato Marco Rubbio, tra le righe, ha dato il carico da undici: “Kiev sarà ammessa” (troppo divertente).
E l’Europa in tutto questo? Dopo aver impiegato risorse, comunicazione belligerante e rifornimenti militari (da passata guerra fredda anti-comunista), sta tardivamente correndo ai ripari, ancorandosi fideisticamente a un orgoglio ridicolo. Con leader di fatto delegittimati da tempo dai rispettivi elettori: Macron conta come il due di picche, la Germania pure (si vota).
E l’Italia? Per la Meloni si annuncia una partita complessa. Come le ha detto la Schlein, deve decidere da che parte stare: o con Trump o con Bruxelles. Se la nostra premier riesce a galleggiare, diventando un’interlocutrice privilegiata, si sarà guadagnata l’eternità; se affonda sono dolori.
Insomma, un’Europa costretta a ridefinirsi: con Vance che le ha chiarito pure le idee. Per lui, deve guardarsi dal “nemico interno”. Tradotto, “l’ideologia politicamente corretta, che censura chi la pensa diversamente, nega la parola agli antiabortisti”, con caste politiche superate che “hanno paura dei loro stessi elettori, che tra l’altro, non hanno mai votato per ratificare le scelte migratorie dei loro governi”.
Una bella lezione in assoluta controtendenza ideologica rispetto al passato.
L’unico che è sceso in campo in questa virtuale levata di scudi europea è stato il nostro presidente della Repubblica, accostando il nazismo a Putin. Affermazioni rettificate con un giro di parole: “Accostamento tra lo spirito predatorio nazista e l’aggressione in Ucraina”. Modifica e posizione legittime, ma che non cambiano la sostanza.
La posizione del nostro capo dello Stato, però, alla luce dei fatti, rischia di essere confinata a una mera illuminata politica incoerente e vanificata dalla nuova realtà geo-politica internazionale.
La stessa Marina Berlusconi è stata chiara: “Anche l’Europa deve interrogarsi circa la sua attuale marginalità”.

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