Delitto di femminicidio-reato di categoria. Una scelta sbagliata e incostituzionale

venerdì, 14 Marzo 2025
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Sulla tempistica nulla da dire: il disegno di legge che introduce il delitto di femminicidio approvato nel Consiglio dei Ministri il 7 marzo, ha monopolizzato mediaticamente una giornata che come di consueto, insieme a tante altre ricorrenze storiche (1maggio, 25 aprile etc), viene utilizzata esclusivamente dalla sinistra per veicolare un modello di società (la modernità laicista) a senso unico. Del resto, nell’era del populismo mediatico la velocità e il gioco d’anticipo la fanno da padroni.
E anche sul messaggio percepito c’è poco da dire: la strategia di Palazzo Chigi è stata chiara: scippare sempre all’opposizione parole, concetti, battaglie considerate proprietà privata.
Un’operazione legittima, comprensibile, con tanti ma. A forza di giocare di anticipo, si rischia infatti, di rappresentare la retroguardia, di trasformare la destra “nel lato destro del pensiero unico”. Che consente comunque alla sinistra di vincere, perché da che mondo e mondo, i cittadini alla fotocopia preferiscono l’originale.
E se tale regola è stata il segreto della vittoria della Meloni alle scorse elezioni politiche (essere originale su sicurezza, sovranità, immigrazione, valori etici), non si capisce il senso di una concessione come appunto, “il delitto di femminicidio”.
Naturalmente nessuno ridimensiona la piaga dei femminicidi, delle violenze di genere, problematiche complesse che necessitano di scelte articolate da parte del legislatore, e che attengono al drammatico tasso di tossicità delle relazioni umane nella società attuale. Tossicità che ha tante cause: i modelli culturali, sociali, l’economia, il consumismo, la comunicazione, gli stessi social. Con gli effetti noti: tutto è consumo e possesso, persone, figli, cose; tutto si compra e si butta in un nanosecondo, analfabetismo affettivo, disprezzo per l’altro etc; non solo quel patriarcato diventato un mantra utile a una narrazione di comodo, nemmeno confermata dai numeri, visto che i maggiori omicidi di donne avvengono nel Nord-Europa, dove non c’è il patriarcato; oppure avvengono all’interno di comunità (spesso immigrati) prevenienti da altre culture e religioni.
Tornando al provvedimento dell’esecutivo, le premesse sono altamente condivisibili: “Il testo appronta un intervento ampio e sistematico per rispondere alle esigenze di tutela contro il fenomeno di drammatica attualità delle condotte e manifestazioni di prevaricazione e violenza commesse nei confronti delle donne”.
Giusto, ma la soluzione è fuorviante. Si introduce la “nuova fattispecie penale di femminicidio che, per l’estrema urgenza criminologica del fenomeno e per la particolare struttura del reato, viene sanzionata con la pena dell’ergastolo. In particolare, si prevede che sia punito con tale pena chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità”.
Ecco il punto. Si è introdotto un reato di genere, un reato di categoria. Considerando le donne una specie protetta.
Come si fa a stabilire quando la violenza è commessa come atto di discriminazione o odio? E’ una materia estremamente ambigua e di difficile decodifica.
Il diritto, lo ricordiamo, è universale, e non si può applicare a una categoria ben distinta e specifica; e la violenza viene già punita, secondo la legge vigente, tenendo conto sia delle attenuanti, sia delle aggravanti.
Si uccide una persona, indipendentemente dal sesso, dall’etnia, dalle preferenze sessuali, religiose etc.
Un precedente pericoloso che apre le porte a ogni altra declinazione “ideologica”. Domani sarà la volta dei gay, poi dei neri, poi degli obesi e via dicendo.
E allora? Paradossalmente sarà giustificata pure la richiesta che potrebbero fare gli uomini, se vittime della violenza femminile?
Un precedente, inoltre, a forte rischio di incostituzionalità. Speriamo che questa volta la Magistratura, così attenta alle interpretazioni, non avalli tale disuguaglianza.
E ci dispiace per la destra che anziché fare la destra, rincorre la sinistra.

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