Violenza giovanile. L’errore dello “Stato etico buonista”. Ripristiniamo i luoghi di evasione collettiva

venerdì, 16 Maggio 2025
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L’ultimo Rapporto-Espad, un’analisi dettagliata dei comportamenti devianti dei giovani italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni, fotografa un’autentica emergenza: quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori ha partecipato a zuffe o risse, pari a circa 990.000 ragazzi. Questo dato rappresenta un aumento di sette punti percentuali rispetto agli anni precedenti. La prevalenza è significativamente maggiore tra i ragazzi (il 46%) rispetto alle ragazze (il 34%). Inoltre, il 12% ha preso parte ad episodi di violenza di gruppo, spesso rivolti verso sconosciuti o conoscenti, con il 41% dei casi che ha coinvolto sconosciuti e il 33% conoscenti.
Non c’è bisogno di aggiungere altro. Cerchiamo di approfondire. Rabbia incontrollata, aggressioni ingiustificate, disagio, malattia. Botte e risse che sfociano molte volte in drammi, come la cronaca ci racconta.
E le ragioni sono quasi sempre futili: basta uno sguardo sbagliato, uno sfiorarsi di corpi, una scarpa calpestata, un motorino parcheggiato male, un complimento alla propria ragazza, una spinta per strada, un semplice insulto. E come se non bastasse, c’è ormai chi esce la sera col coltello in tasca per vantarsi, per dimostrare di essere un duro, o per difendersi, magari dalle bande dei Maranza, vero e proprio miscuglio di angoscia giovanile, integrazione fallita, povertà economica e incompatibilità culturale (i migranti islamici da noi).
E come se non bastasse, c’è di mezzo naturalmente la droga ad alterare le situazioni, lo sballo alcolico e il narcisismo mediatico che spinge addirittura i ragazzi a esibirsi postando gli scontri sui social.
Quello che non bisogna fare per affrontare seriamente l’argomento è reiterare la solita sociologia astratta, il solito pedagogismo e paternalismo buonista, che hanno fatto il loro tempo.
Sono i “no” che non sono mai stati dati, quei famosi “no” che aiutano a crescere. Ma d’altra parte, da una società libertaria, consumistica, delle pulsioni dell’io e dell’individualismo sfrenato, che ha negato strutturalmente le regole, i limiti, i confini, con genitori che nel ’68 hanno per primi demolito l’autorità, e che fanno oggi i sindacalisti dei figli, oltre a una società che li giustifica, cos’altro possiamo aspettarci?
Prendiamo il toro per le corna: l’aggressività è uno degli elementi costitutivi insopprimibili dell’uomo. Gli antichi avevano capito tutto, contemperando “Apollo” e “Dioniso”, ossia la nostra parte razionale e quella emotiva, sentimentale, passionale, primordiale.
E la società, fino a poco tempo fa, prevedeva dei canali di sfogo; tradotto, i luoghi istituzionali di evasione collettiva, come gli stadi, i concerti, il gioco, le feste. Medesima funzione era svolta paradossalmente dalle case di tolleranza e dalla pornografia (che il moralismo ha cassato).
Ora, una certa cultura del “tutto è permesso”, ha di fatto banalizzato, normalizzato e resi inutili tali mezzi di evasione, che consentivano, dopo l’evasione, di tornare alla normalità.
Ma quello che non si può più fare e non si deve fare, come purtroppo accade, è affrontare ideologicamente la questione. Decenni di “politicamente corretto” (che ha reso parodia l’educazione civica), hanno fatto solo danni. Si è tentato di imporre una specie di dittatura. Di varare una sorta di “Stato etico” che ci ha obbligati a parlare in un certo modo, a comportarsi in un certo modo, a reprimere e comprimere qualsiasi istinto e slancio (passioni demonizzate, che invece se, opportunamente canalizzate, sono la chiave della creatività e della volontà).
Col risultato che la violenza naturale esplode nelle forme più disparate, irrazionali, immotivate e illegali.
Se confiniamo Dioniso in cantina, indossando unicamente la maschera razionale e limitante di Apollo, non meravigliamoci che Dioniso appia, faccia irruzione all’improvviso.
Se a questo aggiungiamo gli effetti dell’angoscia, dell’ansia generata da una certa letteratura, politica, sociale, culturale catastrofista (la paura delle pandemie, della crisi economica, delle guerre, della fine del pianeta per inquinamento globale), la frittata è fatta. Il marchese di Talleyrand non a caso diceva che “i popoli sono come le medicine, vanno agitati prima dell’uso”.
Un appello ai genitori e ai politici: ripristiniamo i mezzi di evasione collettiva. E smettetela di proteggere i figli nel modo sbagliato. Viziandoli e rendendoli degli imbecilli. Impedendo loro di crescere: la guerra e la pace fanno parte della vita. Abituatevi.
Un appello pure agli esperti: smettetela di analizzare, reprimere e spostare il tiro castrando l’aggressività naturale dell’uomo con concezioni e terapie dottrinali che da un lato, giustificano gli attuali episodi di rabbia giovanile, dall’altro, continuano a rendere tutti più frustrati. Oppure, trovando facili capri espiatori, come il sistema (le ragioni inconsce della rabbia), dando il là al teppismo giovanile da corteo politico. Il tema non riguarda solo le periferie depresse o il vuoto dei ricchi: è trasversale.
La politica, come il volontariato, l’associazionismo, la solidarietà, l’impegno per il bene comune, devono sgorgare da una molla opposta: la passione civile, il rispetto degli altri. Insomma, i “sì”.
Ciò che manca oggi è un senso superiore della vita, valori a cui dedicarsi, missioni da compiere. Il contrario della bolla autoreferenziale, autocentrata in cui vivono i ragazzi.
Meglio i tanti Francesco Giuseppe che a 18 anni sono diventati imperatori di 50milioni di persone; meglio chi partiva volontario per la guerra, meglio i Mameli che a poco più di vent’anni sono morti per unire l’Italia, sacrificandosi per noi, e regalandoci il mondo in cui stiamo.
Invece, oggi i giovani col cellulare, i miti consumistici televisivi, che stanno sul divano, a cui è stato tolto il passato e il futuro, non resta che “scrociarsi” in piazza senza motivo.

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