Gli Eurobond non sono mai stati un problema tecnico. Non mancano le condizioni di mercato, non manca la domanda, e nemmeno le piattaforme giuridiche. Manca la volontà politica. E soprattutto manca una cosa che in economia vale più del PIL: la fiducia.
Nel 2020, mentre l’Europa combatteva la pandemia e il crollo del sistema produttivo, la Commissione Europea si è affacciata per la prima volta al mercato come soggetto debitore, lanciando il programma Next Generation EU. È stata una svolta epocale, passata con discrezione tra le pieghe della crisi, ma decisiva: per la prima volta l’Unione ha emesso obbligazioni comuni per finanziare direttamente gli Stati membri. Debito garantito da tutti per rilanciare l’economia di ciascuno. Gli Eurobond, per quanto mascherati, sono già esistiti. E hanno funzionato.
Eppure oggi, quando si propone di renderli strutturali, il sistema si blocca. La Germania si irrigidisce, l’Olanda ritira la fiducia, la Finlandia alza il sopracciglio. L’Europa del Nord si aggrappa al mito della virtù fiscale, convinta che l’unione del debito significhi pagare per i peccati del Sud. È un riflesso condizionato, tanto antico quanto fuori fuoco. Perché nel frattempo le crisi sono diventate sistemiche, i mercati sono più veloci delle diplomazie e le economie nazionali sono troppo interconnesse per pensare che i conti in ordine bastino a proteggere qualcuno.
Il punto lo ha espresso con chiarezza Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Con il tono asciutto che lo distingue dalla retorica dei commissari, ha detto che un sistema di Eurobond stabile e permanente richiederebbe un’architettura federale che oggi l’Europa non ha. Non si può avere una moneta unica con 17 politiche fiscali differenti, nessuna capacità impositiva sovranazionale e una banca centrale che può agire solo aggirando le regole. È come voler lanciare un razzo montando il motore su un carretto: si parte, ma non si arriva da nessuna parte.
Chi si oppone agli Eurobond lo fa in nome del rigore, ma il rigore senza progetto si chiama stagnazione. E i numeri lo confermano. L’Italia, con un debito pubblico superiore al 137% del PIL, paga interessi tripli rispetto alla Germania, mentre cerca di finanziare la transizione digitale, quella ecologica, la spesa militare e la tenuta del welfare. Lo stesso accade alla Spagna, al Portogallo, alla Grecia. La conseguenza è che i Paesi che avrebbero più bisogno di investire sono quelli che possono permetterselo di meno. E questo, nel lungo periodo, significa divergenza.
Nel frattempo, Berlino lancia piani industriali miliardari, Parigi investe nel nucleare e i fondi sovrani del Nord Europa si muovono come attori globali. L’asimmetria non è più una questione di stabilità, ma di potere economico. Senza strumenti comuni di finanziamento, l’Europa non è un soggetto politico, ma un’arena dove ciascuno lotta per sé.
Il Recovery Fund ha dimostrato che un meccanismo di condivisione del debito può funzionare: i titoli emessi dalla Commissione hanno avuto successo, sono stati ben valutati dal mercato, hanno ridotto la frammentazione finanziaria e permesso agli Stati di realizzare riforme e investimenti altrimenti impossibili. Ma è stato un episodio isolato. L’eccezione, non la regola.
Il paradosso è evidente: gli Eurobond funzionano, ma non si vogliono usare. E allora ci si affida a strumenti di compensazione complessi, a regole sovrapposte, a meccanismi di vigilanza più adatti a una banca centrale che a un progetto politico. Si difende un’Europa che non c’è più, con strumenti pensati per un’epoca che è finita.
Nel frattempo, l’America investe, la Cina accelera, l’India scala posizioni, e l’Africa diventa teatro di una nuova competizione strategica. In questo scenario, il vero rischio non è mutualizzare il debito. Il vero rischio è restare fermi, divisi, con un euro che unisce solo i listini e non le strategie. Gli Eurobond non sono un favore ai Paesi indebitati. Sono l’unico modo per fare dell’Unione Europea qualcosa di più di una sigla da stampare sulle monete.
Finché questo non sarà chiaro, l’Europa resterà un soggetto contabile, non politico. E in un mondo che si gioca su scala continentale, questo significa, prima o poi, uscire dalla storia.



