“Disastro Italia”, “Sprofondo azzurro”; siamo un po’ stanchi di assistere a partite di calcio dove la nostra nazionale sembra un gruppo di brocchi, impauriti, timidi, ingolfati, incapaci di esprimere un gioco che sia degno del nome.
Tanti stucchevoli e inutili passaggi indietro, geometrie scontate, nessun dribbling, nessun tiro da lontano. E calciatori, ultra-pagati, lenti, assenti, apatici, poco reattivi.
E non si tratta di una sola sconfitta, vergognosa, come quella di venerdì contro la Norvegia, ma di una consuetudine che sembra consolidata (Svizzera docet).
Ciò che ci chiediamo è come si fa a confermare Spalletti, un allenatore che al di là della sua comunicazione retorica ed enfatica in salsa toscana, di più non sa fare e dare. O non sa più dare e fare.
Non bastava la magra figura agli europei? No, gli si è data un’altra chance. Tanto dopo quel torneo che ci ha visti uscire con vergogna, c’era la Nations League. Tradotto, altri soldi e altre emozioni mediatiche, capaci forse di sostituire e far dimenticare le delusioni.
Il punto è proprio questo: il calcio ormai soffre di overdose.
Insieme alle competizioni ufficiali il Palazzo sportivo si è inventato tante, troppe competizioni farlocche, dove girano unicamente soldi. E a forza di spremere il limone il rischio è che non resti più nulla.
E i giocatori, viziati e precocemente ricchi, lo sanno bene. Fanno i contriti quando perdono, vanno sotto la curva a recitare il solito “mea-culpa”, per poi invitare a pensare alla partita successiva. Un mix di depistaggio e deresponsabilizzazione.
Soldi, inflazione e schemi monotoni, ecco il mantra di tutti gli attuali allenatori (salvo qualche lodevole eccezione).
E poi, per quanto riguarda la nazionale, parliamo di una tendenza “globalista” che sta ammalando da decenni e decenni i nostri vivai.
Non si punta più sui giovani talenti, sugli italiani.
Le squadre di serie A sono composte mediamente per otto-nove undicesimi da stranieri (spesso a fine stagione).
Milan, Inter, Juventus, Roma, Napoli, per fare qualche esempio: sono sostanzialmente dei “brand”; non rispecchiano più identità, appartenenze, non ci sono più giocatori simboli-bandiera. Non è “sovranismo calcistico”, ma triste fotografia della realtà.
E questo “suicidio assistito” della nazionale è il frutto inesorabile di tale processo, al momento irreversibile.
E non solo: l’individualismo che rappresenta la cifra della nostra società ha colpito pure gli azzurri (un castello valoriale, finora intoccabile). Prova ne è l’ammutinamento di Acerbi, che ha rifiutato la convocazione per presunte incomprensioni con Spalletti. Ma al di là delle questioni personali, legittime o meno, alla nazionale non si può e non si deve dire di no.
Deve essere un onore farne parte.
E invece, è desolatamente dentro le nostre pulsioni o al massimo, viene dopo i club.
Le ragioni del no (diventerà un precedente)?
Stanchi, delusi, depressi per la sconfitta (nel caso dell’interista Acerbi, umiliato dal Paris Saint Germain alla finale di Champions)? E’ solo un alibi. Anche stanchi, depressi, delusi, si risponde sì. L’azzurro è e dovrebbe essere, la meta più alta di un calciatore, di una atleta professionista. Ma se si ha la forza e il coraggio di ignorare la convocazione di un allenatore, vuol dire che ormai il collante nazionale è finito al macero, come lo spirito patriottico degli italiani, sostituito dal campanilismo, dal menefreghismo, dall’egoismo e dagli interessi.
Non facciamoci quindi, ingannare dai canti accorati e partecipati sugli spalti e a casa davanti ai televisori, quando suona o si intona “il canto degli italiani”: è una pura fiction. Come quella di molti giocatori. Povero Mameli.



