In vista dell’incontro di venerdì tra Trump e Putin (15 agosto, da noi festa dell’Assunta, giorno in cui la Chiesa celebra l’Assunzione di Maria Vergine al cielo), non sappiamo se c’è più da piangere o ridere.
Da ridere, visto che si tratta a 360 gradi di una eterna e stucchevole fiction a suon di parole strategiche, false, ipocrite, retoriche; da piangere, poiché in gioco non c’è un gioco, ma il futuro degli assetti geo-economici, geo-politici e militari della terra. In altre parole, il nuovo ordine mondiale, che come è chiaro, che sarà radicalmente diverso rispetto a ieri.
Primo, rassegniamoci: è definitivamente finito, morto e sepolto l’equilibrio Est-Ovest, partorito dopo il secondo conflitto mondiale, rafforzatosi con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda.
Secondo, stiamo tornando a pieno titolo (ma è stato mai diverso?) alla mera legge del più forte. Sparite le narrazioni ideologiche buoniste (la pace, la cooperazione, il globalismo, la fratellanza), adesso i più potenti ti sbattono in faccia la loro superiorità e arroganza.
Del resto, abbiamo sempre avuto due “aree-imperiali”, una euro-asiatica russo-cinese, e un’altra occidentale, di fatto a guida Usa.
Inutile tentare di aggrapparsi, quindi, ai baracconi culturali e istituzionali “post-1946”, come l’Onu, la Nato e compagnia cantando. Non contano più nulla. Sono svuotati e delegittimati dalla cronaca.
Terzo, smettiamola e lo diciamo ai governi, il nostro compreso, di enfatizzare le “sovranità” da difendere (e per questo combattere, armarci, dare armi alle presunte vittime), visto che nessun paese è sovrano. Se uno Stato non batte moneta, non è proprietario delle fonti energetiche, delle infrastrutture, dell’economia, che sovrano è? Rischiamo di custodire in modo grottesco delle parodie valoriali (che nascondono però interessi residuali ben precisi). Tradotto: nazioni senza sovranità che si coalizzano per difendere sovranità farlocche (come l’Ucraina), nel nome di un’Europa che non c’è.
Cosa vuole oggi la Ue, che non esiste né come unione, né come potenza, né come istituzione coesa ed omogenea? Forte con i deboli (specialmente sui temi etici-laicisti, il green, i vaccini) e debole con i forti (l’abbiamo notato con la patetica genuflessione sui dazi trumpiani). Si lamenta di non essere considerata nel summit a due, tra Putin e Trump? Chi è causa del suo mal pianga sé stessa.
L’Italia anzi, con la Meloni, sta facendo la propria parte. Una parte possibile, di faticosa mediazione in progress.
E che vuole Zelensky? Partecipare al tavolo sapendo di essere sbranato? Ormai è all’angolo. Per resistere, come accaduto finora, dipende unicamente dagli altri, e se cede anche un piccolo lembo della sua terra, sarà messo con la testa in giù dai suoi stessi cittadini che sono morti per una guerra inutile.
Ogni guerra fa vittime sacrificali. E c’è un vincitore. E’ ovvio e scontato che l’Ucraina dovrà cedere il Donbas e non entrare nella Nato. E’ scontato che Trump debba intestarsi un risultato concreto. Come Putin non può cedere ora che prevale sul campo. Pare che la questione per salvare capra e cavoli, sia la non cessione di Zaporizhzhia e di Kherson (così ognuno dei contendenti avrà un alibi).
In qualsiasi caso il vertice in Alaska è la fotografia evidente di una partita solo a due: non caso questa terra fu ceduta nel 1867 dalla Russia agli Usa. Tutto normale ed “esclusivo”.
E i vari Tajani, Macron, Starmer e sinistra italica, che chiedono la compresenza di Zelensky o di Bruxelles al vertice, sono solo cani che abbaiano alla luna.



