Non è solo la politica che nega la realtà, ma anche un certo giornalismo. Da troppo tempo il “genocidio” che si sta perpetrando a Gaza viene marginalizzato, minimizzato, relativizzato o persino giustificato dalla “sindrome del 7 ottobre” (i morti innocenti come mero e inevitabile effetto dell’attacco di Hamas). Tradotto, la lobby partitica trasversale, mediatica, nazionale e internazionale, ideologicamente filo-Israele, che trova forti sponde pure nel nostro governo. Al punto, da fargli prendere spesso posizioni tardive e mosce su tante questioni, a cominciare dal mancato riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese, motivato da complicazioni e impedimenti burocratici, nominali e tecnici.
Ma il fatto più inquietante è che un certo tipo di giornalismo uccide il giornalismo stesso. Che spazio, che solidarietà si sta dando (salvo poche righe) ai tanti colleghi che muoiono ogni giorno sul campo a Gaza? E non è solo difendere la libertà di pensiero o il diritto universale ad essere informati. Ma la verità.
Il mestiere dell’inviato, come noto, è particolare, non è scrivere stando comodamente seduti su una sedia di redazione, o avvalersi delle agenzie di stampa o commentare al sicuro di un panel tv. E’ rischiare non solo il lavoro, ma soprattutto la vita, quando l’impegno professionale vuol dire raccontare realmente ciò che si vede, lacrime e sangue, nelle zone di morte e di dolore, e non passare veline dall’alto.
La notizia di ieri è l’ennesimo attacco dell’Esercito israeliano (Idf) all’ospedale Nasser di Khan Yunis, nel Sud della Striscia di Gaza, che ha causato almeno 20 vittime, tra cui cinque giornalisti, e numerosi feriti. Il raid è stato compiuto con un drone kamikaze che ha preso di mira il complesso ospedaliero, riporta Al Jazeera. Il velivolo senza pilota ha colpito i piani superiori della struttura, compreso il tetto, dove si trovavano alcuni reporter. Dopo un primo attacco l’Idf ha bersagliato ancora l’edificio.
Un triste trend da quando sono scoppiate le ostilità: ogni tre giorni perde la vita un reporter palestinese. E finora sono stati 244.
E come si giustifica il governo di Tel Aviv? Vieta l’ingresso alla stampa perché sostiene di non poterne garantire l’incolumità. Ma ciò appare come una bella scusa per coprire eventuali azioni di guerra proprio da parte di Israele, non le rappresaglie di Hamas, o gli incidenti di percorso, variabili indipendenti di ogni conflitto.
La domanda è: come è possibile che si muore così tanto, proprio adesso a Gaza? Forse la partita è ben diversa rispetto a quello che si vuol far credere? Il numero dei caduti è addirittura superiore agli scomparsi in Ucraina. Qualche sospetto nasce.
Riflessione: come in ogni luogo del pianeta anche a Gaza ci sono cronisti asserviti, altri impauriti, altri ancora integri fino al punto di mettere nel conto il “fuoco amico”. Nelle scorse settimane “Reporter Senza Frontiere” (Rsf) ha registrato le minacce di cui sono stati oggetto molti cronisti palestinesi a Gaza. «I centri di detenzione e gli uffici amministrativi a Gaza sono stati distrutti – ha raccontato uno dei reporter nel mirino dei fondamentalisti – quindi il loro metodo di intimidazione ora consiste in attacchi diretti ai giornalisti, che non hanno più dove andare».
Le autorità israeliane, come detto, sostengono di non potere consentire l’accesso alla stampa perché non è possibile garantire la loro incolumità sul terreno. In realtà, non competerebbe a Tel Aviv questo genere di valutazione. Israele dovrebbe consentire ai reporter il semplice accesso nella Striscia.
Più chiaro di così.
Gaza. I giornalisti muoiono. Il coraggio della verità e l’ipocrisia politica



