Se fossi nei panni della Meloni (e poi di Tajani), cercherei di attenuare la legittima ambizione di mettere il cappello sulla riforma della Giustizia appena approvata dal Parlamento, insistendo sulla “vendetta postuma” di Berlusconi.
Intendiamoci, certa magistratura è notoriamente e storicamente schierata a sinistra (come parecchi giornali e tv), e molti teoremi giudiziari (con relative sentenze ad hoc), è indubbio che siano oggi e siano stati ieri l’effetto di una “postura giacobina” moralizzatrice, che pm e giudici, in tante occasioni (dichiarazioni pubbliche, partecipazioni a convegni o a iniziative ben precise), non hanno mai nascosto.
Se guardiamo al passato tutto nasce da Tangentopoli e dal ruolo di supplenza che il terzo potere fisicamente ha esercitato nel momento più debole della politica e delle istituzioni della prima Repubblica, sinonimo in quegli anni di corruzione partitocratica e di finanziamento pubblico illecito, nonché di crisi di un intero sistema di potere.
Il guaio è che tale supplenza è progressivamente diventata di fatto una clava contro gli avversari politici (Il Cavaliere ne sa qualcosa), e contro molti provvedimenti legislativi prodotti dalla destra. Basti pensare al presente: dalle bocciature del Cpr albanese, all’accanimento nei confronti di Salvini (processo Open Arms), fino al recentissimo Ponte sullo Stretto. E da tale punto di vista ha fatto bene Mantovano a ricordare queste bocciature, smentendo il “controllo governativo dei pm” o “i pieni poteri” pretesi della Meloni: «I pieni poteri sono di chi per via giudiziaria blocca la politica dell’immigrazione impedendo le espulsioni perché nessuno Stato tra quelli di provenienza dei migranti irregolari è sicuro; i pieni poteri sono di chi a fronte di 262 persone denunciate per i disordini di qualche settimana fa nel centro di Roma non dà nessun seguito di indagine e rilascia in libertà gli unici due arrestati». Piccoli esempi che la dicono lunga. E rimandano la palla al mittente.
Non dobbiamo rammentare noi, i ciclici tentativi di “marxistizzare” la giurisprudenza (in primis, Magistratura democratica), nel nome “dell’ambiente che determina la coscienza”, a proposito di “diritto diseguale”: punizioni diverse a seconda se il reato venga commesso da un povero o da un migrante (il famoso “disagio sociale”), o se invece, l’ha commesso un italiano.
Rassegniamoci, è uno scontro che non avrà mai tregua, né vedrà soluzione. La politica, ultimamente in ripresa a livello di energia, sfrontatezza e rivendicazioni a 360 gradi (finalmente un governo legittimato dal voto e non concepito dall’alto), dirà sempre che le sentenze sono di parte, e certa magistratura, dal canto suo, si appellerà all’interpretazione della legge e della Costituzione.
In quanto alle riforme proposte per mettere mano alla macchina giudiziaria, va detto, sono sempre naufragate. L’unico guizzo è stato il referendum sulla responsabilità civile del magistrato totalmente vanificato dal Palazzo, in alleanza di fatto con le toghe, malgrado la schiacciante vittoria dei sì.
Ma tornando al futuro referendum confermativo della riforma “Nordio”, questa volta un piccolo elemento di scompaginamento delle appartenenze (alias, opposte tifoserie), sembra emergere.
Primo, i fronti contrapposti non sembrano così monolitici, granitici, e poi, il gradimento popolare verso la magistratura è sceso nettamente.
La Schlein e Conte tutto si aspettavano, infatti, meno l’adesione e il consenso dato alla riforma da parte di tanti esponenti della politica, dei media, intellettuali ed esperti di settore.
La lista è lunga e interessante: il simbolo di Mani Pulite Antonio Di Pietro, il professor Ernesto Galli della Loggia, il politologo storico del Pd Goffredo Bettini, Tiziana Maiolo, il costituzionalista Stefano Ceccanti, i giornalisti Pierluigi Battista, Claudio Velardi, l’ex deputata dem Paola Concia, l’ex senatore Giorgio Tonini, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Claudia Mancina e un monumento come Cesare Salvi. Addirittura il governatore della Campania Vincenzo De Luca.
Alla base di tali convinzioni certamente un mix di rivalse interne, sassolini nelle scarpe, ma anche di salde convinzioni.
Elementi che dovrebbero convincere la segretaria dem a non puntare sull’antifascismo o sul pericolo per la democrazia etc.
E specularmente, dovrebbero persuadere la Meloni a non giocarsi come scritto prima, la carta della “madre di tutte le battaglie”. A parte ultimamente ci sono troppe madri di tutte le battaglie (il premierato, l’autonomia); poi, nella percezione degli italiani il messaggio è ampiamente passato (secondo i sondaggi il 56% voterebbe sì). E passato specialmente per quanto riguarda due passaggi: l’arbitro (il giudice) non può essere amico, complice, sodale di una delle due squadre in campo (pm e avvocati); e l’unico modo per arginare le correnti è il sorteggio, altrimenti non se ne esce.
Politicizzare, polarizzare, personalizzare una battaglia strutturale prevista pure dalla Costituzione (articolo 107), rischia di trasformarsi in un autogol reciproco.
E poi, il tempo per mettere il cappello destro sulla riforma c’è. Dopo la vittoria del sì.
Ben vengano quindi, i comitati referendari, per interpretare, rappresentare la volontà della società civile e per attenuare l’inevitabile rissa propagandistica dei partiti.



