Cosa collega il presepe “inclusivo” di Bruxelles all’assalto torinese da parte dei Pro-Pal che hanno sfasciato e imbrattato la redazione de La Stampa?
Prima di spiegarlo, partiamo dall’attacco “squadristico-dimostrativo”. Dall’ovvia e scontata indignazione bipartisan che sa tanto di ritornello superficiale, di rito obbligato; della serie, “attentato alla stampa libera”, “episodio increscioso”, “solidarietà ai colleghi” etc.
Certo, fa sorridere questo atto compiuto da un gruppo di 50 o poco più facinorosi che si sono staccati dal corteo per punire un giornale che ha sempre trattato con attenzione la causa palestinese. Delle due l’una, o sono ignoranti, non sanno leggere, o hanno preso una sonora cantonata “nichilista”.
In quanto alle parole della Albanese, il suo monito alla stampa è “che deve tornare a fare il proprio lavoro”. E anche qui, delle due l’una: o pure lei ha sbagliato obiettivo, o ha legittimamente condiviso il gesto “simbolico” dei 50 (tra l’altro, in buona compagnia).
Allargando il tiro, a proposito di gesti simbolici più o meno cruenti. Ricordiamo lo slogan “colpire uno per educarne 100”? Dopo Torino si può tradurre in “colpire un giornale per educarne 100”. Non era un motto delle Br che uccidevano non tanto l’uomo poliziotto, l’uomo professore, l’uomo politico, l’uomo magistrato, ma il principio che costoro rappresentavano? La colpa, infatti, di essere uomini delle istituzioni “borghesi”, “capitalistiche”, “serve degli americani”? Attualizzando, giornalisti “organici” a Netanyahu.
Pertanto è facile pensare che l’azione dei Pro-Pal si sia collocata idealmente nella medesima linea “rivoluzionaria” (per chi condivide e condivideva tali metodi in passato), o terroristica per chi li ha combattuti.
Stanno tornando gli anni di piombo? Temiamo proprio che qualcuno ci stia lavorando seriamente e scientificamente: in fondo, c’è un nemico da abbattere (il governo “fascista”), c’è un capo forte e autorevole (la premier), c’è un disagio economico e bisogna soffiare sul fuoco (si veda l’invito alla “rivolta sociale” di Landini), e ci sono venti di guerra e di mobilitazione militare che incombono.
“Pagherete caro pagherete tutto”, pure qui, non è stato uno slogan degli anni di piombo? Eppure è stato ripetuto più volte durante la manifestazione romana Pro-Pal di Roma, insieme alle immancabili bandiere bruciate, la Meloni insultata e governo a testa in giù. Di bene in meglio. Le parole non sono mai innocenti, estemporanee, come dicono i cattivi maestri di turno, ma producono naturalmente effetti che nessuno poi riesce più a controllare.
E ancora: cosa hanno chiesto gli antagonisti che hanno versato liquame e devastato la redazione de “La Stampa”? Non solo ribadire la lotta per la Palestina contro Israele (confermando che c’è ormai un diffuso antisionismo-antisemitismo di estrema sinistra: si tentano ciclicamente di impedire gare sportive, eventi musicali, esibizioni artistiche, basta che i protagonisti siano israeliani), ma soprattutto la liberazione di Mohamed Shahin, 47enne egiziano e imam della moschea del quartiere torinese di San Salvario, dal 24 novembre detenuto nel CPR di Caltanissetta in attesa di espulsione, perché accusato di avere posizioni estremamente radicali.
Da Torino a Bruxelles. Si chiama “Stoffe della Natività” ed è il presepe allestito nella Gran Place, la piazza centrale della città. Un’installazione che, a meno di un mese dal Natale, ha già suscitato enormi polemiche. Perché in questa rappresentazione i volti di Maria, di Giuseppe, di Gesù e dei Re Magi non hanno tratti riconoscibili. Al loro posto ci sono pezzi di stoffa multicolore, un patchwork. Un messaggio di “inclusività” che colpisce al cuore il cattolicesimo, la sua tradizione, la nostra tradizione occidentale. E non ci meraviglia che tale operazione sia stata perpetrata proprio a Bruxelles, che come Ue, ha rinunciato alle radici giudaico-cristiane, e non ci meraviglia l’atteggiamento accondiscendente e buonista della Chiesa belga.
Il tema però, è molto più profondo. E arriviamo ora alla domanda iniziale: cosa lega l’assalto a “La Stampa” al presepe? L’alleanza strategica ormai di fatto tra cultura woke e immigrazione islamica.
Ossia, l’unione tra il pensiero liberal, radical, il politicamente corretto, la mistica dell’inclusione, delle minoranze, la difesa ideologica degli ultimi (che non sono più i proletari operai e contadini, ma i migranti irregolari o i regolari islamici).
Una penetrazione pericolosissima che sta colonizzando dall’interno il nostro continente (una sorta di Crociata a rovescio), Europa e non solo (Londra chiama New York), e che in un secondo tempo colpirà proprio i progressisti-tolleranti di casa nostra (specialmente sui temi etici, le donne, i gay, le adozioni, l’utero in affitto, la morale, la religione etc).
Una saldatura di chiaro “schema marxista”: i proletari “oppressi” (i migranti) che organizzano la lotta di classe (per invidia sociale) contro i ricchi e i padroni “oppressori” e “sfruttatori” capitalisti, che hanno come unico scopo l’esproprio proletario (scippi, rapine, agguati, risse e violenza per vestiti, orologi, giubbotti, cellulari).
E il fine? Immaginate voi.
Un movimento tellurico che sta montando paurosamente, le cui responsabilità sono evidenti. La sinistra mondialista, globalista ha sostituito il mito dell’umanità alle leggi degli Stati sovrani, al grido di “dentro tutti”, tutti cittadini del mondo, si è disinteressata della sostenibilità dell’accoglienza e solo ora si accorge dell’emergenza-sicurezza. Una sinistra politica, intellettuale, giornalistica che non ha voluto mai parlare di “integrazione culturale”, perché avrebbe dovuto ammettere (come intuì felicemente il cardinale Biffi), smentendo sé stessa, che c’è un’immigrazione compatibile e una incompatibile con la nostra identità storica, culturale, religiosa, giuridica (e l’Islam è incompatibile).
E guarda caso a proposito dell’imam torinese, qualche blasonato giornalista di sinistra, ha potuto dire che non sta “né con l’imam, né contro l’imam”, pur di andare bocciare il provvedimento di espulsione del governo.
Non ricorda definitivamente gli anni di piombo, quando altrettanto blasonati giornalisti firmavano gli appelli “né con lo Stato né con le Br”?
Meditate gente, meditate.



