Con il mini-rimpasto post referendario la legislatura entra in quella che, nei fatti, si configura come una “fase 2”, più politica e meno costituente. Se Giorgia Meloni sembra intenzionata a serrare i ranghi della maggioranza e a “stringere i bulloni”, Forza Italia deve fare i conti con il desiderio di rinnovamento espresso soprattutto dalla famiglia Berlusconi, una rivoluzione morbida iniziata con la nomina di Stefania Craxi a presidente dei senatori azzurri e che potrebbe trovare espressione anche nella scelta dei testimonial televisivi.
Dopo una inedita luna di miele con l’elettorato durata, sondaggi alla mano, tre anni e mezzo, la premier affronta dunque il primo passaggio a vuoto, la prima sconfitta politica ed è consapevole che non si può contare sulle rendite di posizione. Il messaggio che filtra da Palazzo Chigi è netto: niente più margini per distinguo o frenate interne, “chi danneggia il governo esce di scena”. Chi fa parte dell’esecutivo deve cercare di essere all’altezza della propria leader. Una linea che punta a rafforzare la tenuta dell’esecutivo in una fase segnata da dossier complessi, a partire dal contraccolpo che la guerra Usa-Iran potrebbe determinare sull’economia. Senza dimenticare il delicato dossier della riforma elettorale.
È su questo terreno che emergono differenze nella coalizione. L’avvio dell’iter parlamentare della riforma, fissato per il 31 marzo, rischia infatti di trasformarsi in un passaggio più formale che sostanziale in attesa che si trovi la quadratura del cerchio. I distinguo, soprattutto dentro la Lega, sono evidenti: il nuovo sistema ipotizzato penalizzerebbe la rappresentanza del partito, in particolare nelle roccaforti del Nord, dove oggi il meccanismo dei collegi uninominali garantisce una maggiore resa in termini di seggi. Un nodo che va a inserirsi all’interno di un dibattito interno in cui il confronto è sempre più marcato tra la vocazione nazionale salviniana e la tentazione di un ritorno a una linea più identitaria e nordista.
Questo confronto troverà un primo momento di sintesi nel Consiglio federale della Lega Nord, convocato nelle prossime ore: un appuntamento non solo tecnico, ma anche politico, utile a chiarire assetti e direzione strategica dopo anni di trasformazione del partito. Ma anche ad analizzare le possibili modifiche alla riforma della legge elettorale, limitando il rischio che l’eliminazione o il ridimensionamento dei collegi uninominali possa ridurre la pattuglia parlamentare leghista.
Parallelamente, anche Forza Italia si muove lungo una direttrice di rinnovamento. La spinta arriva da Marina Berlusconi, da tempo favorevole a una maggiore apertura della classe dirigente e a un rafforzamento del profilo liberale del partito. In questo quadro si inserisce l’avvicendamento alla guida del gruppo al Senato, con Stefania Craxi subentrata a Maurizio Gasparri: una scelta che, pur maturata in ambito parlamentare, può essere letta come un segno della volontà di dare forza a un pensiero riformista.
Meloni, dunque, si trova a gestire una maggioranza attraversata da esigenze diverse: da un lato la necessità di imprimere una svolta e consolidare l’azione di governo, dall’altro quella di fare i conti anche con le dinamiche interne ai partiti alleati. Il dossier sulla legge elettorale diventa così un banco di prova decisivo. L’ipotesi di un premio di maggioranza – attualmente fissato a 70 seggi – è al centro delle trattative, con la possibilità di una revisione al ribasso per renderlo più accettabile anche alle opposizioni e ridurre le tensioni nella stessa coalizione.
In questo scenario, la “fase 2” della legislatura si apre all’insegna di un equilibrio delicato: Meloni accelera e alza l’asticella della disciplina politica, mentre Lega e Forza Italia ridefiniscono identità e strategie. Il successo o meno della riforma elettorale dirà molto non solo sulla tenuta della maggioranza, ma anche sulla capacità della premier di continuare a guidare una coalizione coesa e stabile anche in un tornante politico complesso. Consolidando quello che è sempre stato il vero valore aggiunto del centrodestra rispetto alla cronica litigiosità del campo largo.
Dopo una inedita luna di miele con l’elettorato durata, sondaggi alla mano, tre anni e mezzo, la premier affronta dunque il primo passaggio a vuoto, la prima sconfitta politica ed è consapevole che non si può contare sulle rendite di posizione. Il messaggio che filtra da Palazzo Chigi è netto: niente più margini per distinguo o frenate interne, “chi danneggia il governo esce di scena”. Chi fa parte dell’esecutivo deve cercare di essere all’altezza della propria leader. Una linea che punta a rafforzare la tenuta dell’esecutivo in una fase segnata da dossier complessi, a partire dal contraccolpo che la guerra Usa-Iran potrebbe determinare sull’economia. Senza dimenticare il delicato dossier della riforma elettorale.
È su questo terreno che emergono differenze nella coalizione. L’avvio dell’iter parlamentare della riforma, fissato per il 31 marzo, rischia infatti di trasformarsi in un passaggio più formale che sostanziale in attesa che si trovi la quadratura del cerchio. I distinguo, soprattutto dentro la Lega, sono evidenti: il nuovo sistema ipotizzato penalizzerebbe la rappresentanza del partito, in particolare nelle roccaforti del Nord, dove oggi il meccanismo dei collegi uninominali garantisce una maggiore resa in termini di seggi. Un nodo che va a inserirsi all’interno di un dibattito interno in cui il confronto è sempre più marcato tra la vocazione nazionale salviniana e la tentazione di un ritorno a una linea più identitaria e nordista.
Questo confronto troverà un primo momento di sintesi nel Consiglio federale della Lega Nord, convocato nelle prossime ore: un appuntamento non solo tecnico, ma anche politico, utile a chiarire assetti e direzione strategica dopo anni di trasformazione del partito. Ma anche ad analizzare le possibili modifiche alla riforma della legge elettorale, limitando il rischio che l’eliminazione o il ridimensionamento dei collegi uninominali possa ridurre la pattuglia parlamentare leghista.
Parallelamente, anche Forza Italia si muove lungo una direttrice di rinnovamento. La spinta arriva da Marina Berlusconi, da tempo favorevole a una maggiore apertura della classe dirigente e a un rafforzamento del profilo liberale del partito. In questo quadro si inserisce l’avvicendamento alla guida del gruppo al Senato, con Stefania Craxi subentrata a Maurizio Gasparri: una scelta che, pur maturata in ambito parlamentare, può essere letta come un segno della volontà di dare forza a un pensiero riformista.
Meloni, dunque, si trova a gestire una maggioranza attraversata da esigenze diverse: da un lato la necessità di imprimere una svolta e consolidare l’azione di governo, dall’altro quella di fare i conti anche con le dinamiche interne ai partiti alleati. Il dossier sulla legge elettorale diventa così un banco di prova decisivo. L’ipotesi di un premio di maggioranza – attualmente fissato a 70 seggi – è al centro delle trattative, con la possibilità di una revisione al ribasso per renderlo più accettabile anche alle opposizioni e ridurre le tensioni nella stessa coalizione.
In questo scenario, la “fase 2” della legislatura si apre all’insegna di un equilibrio delicato: Meloni accelera e alza l’asticella della disciplina politica, mentre Lega e Forza Italia ridefiniscono identità e strategie. Il successo o meno della riforma elettorale dirà molto non solo sulla tenuta della maggioranza, ma anche sulla capacità della premier di continuare a guidare una coalizione coesa e stabile anche in un tornante politico complesso. Consolidando quello che è sempre stato il vero valore aggiunto del centrodestra rispetto alla cronica litigiosità del campo largo.



