Le botteghe che respirano ancora: The Craftsman

martedì, 25 Agosto 2026
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C’è un momento, in Umbria, in cui il giorno si misura ancora dal calore di una fiamma. Nelle botteghe che The Craftsman attraversa, il tempo non scorre secondo gli orologi ma secondo la temperatura di un forno, il punto esatto in cui l’argento si liquefa, il legno si piega senza spezzarsi, il vetro smette di essere sabbia e comincia a respirare. Sono luoghi che sembrano vivi, questi laboratori: hanno una loro voce fatta di scintille e martellate, un loro odore di polvere e resina, una loro luce fioca e dorata che sembra uscita da un dipinto seicentesco più che da un set contemporaneo.

Ed è proprio questa vitalità minacciata — botteghe che resistono in un’Italia che corre altrove, mani che sanno fare cose che sempre meno persone sanno insegnare — a costituire il vero paesaggio della serie The Craftsman, distribuita da Emerafilm, ora disponibile online su Amazon Video e diretta e prodotta da Elisa Imperi e Daniele Fiorucci, prima ancora dei volti e delle storie che vi si intrecciano.

Imperi e Fiorucci raccontano di essere partiti da un’immagine, non da un’idea di racconto: la bellezza fisica del passaggio dal materiale grezzo al pezzo finito, colta con l’occhio della fotografia prima ancora che con quello del cinema. Da lì hanno costruito un metodo che rifiuta due tentazioni facili — quella del documentario didattico, che spiega una tecnica come si spiegherebbe in un manuale, e quella nostalgica, che piange la fine di un mondo come se fosse già morto. The Craftsman non fa nessuna delle due cose. Ha scelto invece un ibrido più scomodo e più vivo: il linguaggio del cinema del reale unito alla libertà del podcast, con domande improvvisate, senza copione, poste agli artigiani nel bel mezzo di un colpo di martello o di una fusione d’argento, quando non c’è tempo per costruire una risposta di facciata e la verità esce insieme al fumo del metallo caldo.

Il viaggio comincia nella bottega di Valentina Monsignori, orafa giovane ed eclettica, dove l’oreficeria perde ogni sentore polveroso e si rivela mestiere di precisione e di rischio insieme, capace di trasformare un metallo informe in qualcosa che porterà addosso, per anni, il segno di quelle mani. Si prosegue poi da Alberto Alunni, scultore del ferro che ribalta l’immagine più scontata dell’artigianato: la sua bottega non è chiusa e cupa ma aperta alla natura, che non lo circonda soltanto ma lo abita, diventando la fonte stessa delle sue sculture, come se il ferro piegato dal fuoco tornasse, alla fine, a imitare un ramo o una radice. Da lì il racconto si sposta nella liuteria di Federico Falaschi, che dopo anni passati in bottega altrove è tornato in Umbria per fare cassa armonica del legno con un metodo personale, un gesto che richiede una pazienza quasi monacale: ogni tavola scelta, ogni curva incollata è un atto che si misura in mesi, non in ore. E infine il vetro, con Pierluigi Penzo e Angelita Francescangeli, che lavorano fianco a fianco in un laboratorio di famiglia dove la fiamma ossidrica scioglie il vetro fino a farlo diventare perla o vetrata, in un equilibrio fragilissimo tra arte e artigianato che la serie lascia intuire più che spiegare.

Ciò che rende The Craftsman qualcosa di più di una galleria di ritratti è la scelta, quasi ostinata, di dare spazio al silenzio. La macchina da presa si sofferma sulle mani più a lungo che sui volti, lascia che il rumore del laboratorio — lo sfrigolio della fiamma, il battito ritmico del martello, il respiro affannato di chi soffia nel vetro — occupi lo spazio che altrove sarebbe riempito da un commento o da un’intervista impostata. I tempi morti, in questa serie, non sono vuoti da colmare ma pieni di senso: è lì, in quei silenzi, che si deposita la parte più autentica del mestiere, quella che nessuna parola potrebbe davvero restituire. Ogni oggetto che nasce sotto gli occhi dello spettatore — un anello, una scultura, uno strumento ad arco, una perla di vetro — smette così di essere un semplice prodotto e diventa una forma di memoria, il deposito fisico di ore, gesti, scelte che nessun’altra persona al mondo avrebbe compiuto esattamente in quel modo.

A sostenere questa scelta narrativa contribuiscono le musiche originali di Gregorio Paffi che accompagnano senza mai sovrastare, lasciando che siano i suoni del lavoro a restare protagonisti. Anche il montaggio sembra pensato per rispecchiare il ritmo di ogni mestiere raccontato, più che per limitarsi a mostrarlo: rallenta quando rallenta la mano dell’artigiano, si fa teso quando il fuoco impone i suoi tempi stretti.

Guardare The Craftsman oggi, in un’epoca che misura il valore delle cose nella velocità con cui vengono prodotte e sostituite, significa fare i conti con un’idea quasi radicale: che ci sia ancora qualcuno disposto a dedicare un’intera vita a un solo gesto, perfezionato all’infinito, senza fretta di finire. Non è solo un documentario da guardare, ma un invito a riconoscere il valore di un sapere che la nostra società sta lasciando lentamente scomparire, senza nemmeno accorgersene. E forse proprio in questo sta il gesto più politico della serie: restituire dignità e visibilità a chi, sporcandosi le mani, continua a resistere.

Vittorio Zenardi

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