Marechiarofilm porta a Venezia, alle Giornate degli Autori, nella sezione speciale Notti Veneziane, La leggenda del deserto: il documentario d’esordio di Elisabetta Giannini, dedicato a un popolo — quello Sahrawi — sospeso da decenni tra esilio forzato e la promessa mai mantenuta di un ritorno a casa.
Il film si apre negli anni ’90, nel deserto del Sahara, dove una bambina fa il suo primo incontro con il popolo Sahrawi. Una tempesta la trascina trent’anni avanti nel tempo, costringendola, ormai adulta, a misurarsi con un’esistenza rimasta sospesa e con una speranza che si consuma lentamente, fino a cedere il passo a un più cupo desiderio di guerra.
Quella bambina, nella realtà, è Carolina De Lillo Magliulo — sorella della regista — protagonista assoluta del documentario. Il progetto nasce infatti da un ritrovamento privato: tre anni fa Giannini si è imbattuta nei filmini di famiglia che ritraevano il viaggio di Carolina, allora bambina, nei campi profughi Sahrawi. Da quelle immagini è nata la domanda che regge l’intero film — cosa significhi, per una bambina, crescere anche solo per un momento dentro una realtà segnata dall’attesa — e il desiderio di ripetere quel viaggio trent’anni dopo, questa volta con lo sguardo di chi, nel frattempo, è diventata donna.
Quella dei Sahrawi non è una storia nuova per la famiglia di Giannini. Sua madre, la regista Antonietta De Lillo, aveva già lavorato negli anni ’90 a un documentario sullo stesso tema insieme a Jacopo Quadri e Patrizio Esposito; fu proprio durante un viaggio successivo nel deserto, con la piccola Carolina, che vennero girate le immagini familiari da cui tutto è ripartito. Per ricostruire la memoria storica e politica del popolo Sahrawi, Giannini si è inoltre affidata a Fatima Mahfud, rappresentante in Italia del Fronte Polisario.
Prima della partenza, Carolina non è stata semplicemente scelta come soggetto da riprendere: la sorella l’ha intervistata per quattro ore, ripercorrendo insieme a lei i filmati della sua infanzia. Un lavoro di ascolto reciproco che le due hanno portato avanti anche sul campo — è stata la stessa Carolina, durante le riprese, a suggerire di dare più spazio ad Alien, l’interprete che le accompagnava, dando origine al dialogo che chiude il film.
Sul piano narrativo, La leggenda del deserto lavora per intreccio temporale: il presente del ritorno di Carolina dialoga costantemente con le immagini d’archivio della bambina di trent’anni prima, in una costruzione che la regista stessa definisce quasi fiabesca, capace di parlare a un pubblico di ogni età pur restando ancorata a una vicenda politica precisa — quella di un popolo a cui è stato promesso, e mai concesso, un referendum per il ritorno nel Sahara Occidentale.
Tra i riferimenti dichiarati dalla regista, due pesano più degli altri: Cuba and the Cameraman di Jon Alpert, per l’idea del ritorno negli stessi luoghi a distanza di anni, e Il deserto dei Tartari di Valerio Zurlini — suggerito dalla madre Antonietta — che in fase di montaggio è diventato un modo per restituire il senso di un’attesa carica di una guerra che si sente arrivare ma non si vede ancora.
Il vento del Sahara è forse l’immagine più potente attraverso cui La leggenda del deserto racconta questa attesa. Nella voce della bambina smette di essere soltanto un fenomeno naturale e diventa quasi un personaggio: non una forza che distrugge, ma qualcosa che corre incessantemente da un lato all’altro del muro di sabbia, come se cercasse di riunire ciò che è stato separato. È un’intuizione infantile e insieme profondamente politica, perché trasforma il paesaggio stesso in una promessa di ricongiungimento. Il vento non riesce a rispondere alla bambina — «ho provato a chiederglielo, ma ancora una volta non mi ha dato retta» — ma proprio quel silenzio finisce per restituire il senso dell’attesa che attraversa tutto il film: trent’anni dopo, la separazione è ancora lì.
Dietro la macchina da presa, un altro elemento distingue il progetto: la troupe che ha accompagnato Giannini nel viaggio era composta quasi interamente da under 35, una scelta che si inserisce nella linea produttiva di Marechiarofilm, da sempre interessata a far dialogare generazioni diverse di autori e a recuperare materiali d’archivio per trasformarli in racconto collettivo.
In questo senso, il ritorno di Carolina non è soltanto un ritorno geografico. È un confronto con una memoria privata che, attraverso il cinema, finisce per incontrare quella collettiva di un popolo costretto da decenni a vivere lontano dalla propria terra. La bambina che osservava il deserto torna adulta negli stessi luoghi e scopre che il tempo, per chi vive nell’attesa, non coincide necessariamente con il cambiamento.
La leggenda del deserto trova così la sua forza proprio nel dialogo tra ciò che è intimo e ciò che è politico: tra i filmini di famiglia e la storia dei Sahrawi, tra la memoria di una bambina e il presente di una donna, tra il desiderio di tornare e l’impossibilità, ancora oggi, di farlo. E, sopra tutto, nel vento che continua a muoversi senza conoscere confini, mentre ciò che dovrebbe essere riunito resta ancora separato.
La leggenda del deserto arriverà poi nelle sale italiane distribuito da Lo Scrittoio. Il progetto è stato realizzato con il sostegno del Ministero della Cultura e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”, con il contributo della Regione Campania e della Film Commission Campania, e sviluppato all’interno del workshop In Progress del Milano Film Network.
Vittorio Zenardi



