Non è certo un periodo felice per Giuseppe Conte. Contestato nel Movimento per come ha gestito le trattative per l’elezione del Capo dello Stato adesso a complicargli la vita ci si sono messi anche i giudici.
Il Tribunale di Napoli ha infatti disposto la sospensione dello statuto ratificato il 3 agosto e la sua nomina come presidente, dopo che un gruppo di attivisti riuniti nell’Associazione Rousseau avevano presentato ricorso contro la decisione di escludere gli iscritti con meno di sei mesi di anzianità dalla votazione. Fatto questo che avrebbe alterato il quorum necessario per rendere valida la consultazione. Da qui la decisione di sospendere tutto in via cautelativa in attesa del giudizio di merito. Conte quindi è al momento un leader “congelato”.
Tecnicismi a parte, è evidente come la decisione dei giudici non contribuisca certo a rasserenare il clima nel Movimento, lacerato dallo scontro interno fra l’ala fedele a Draghi incarnata da Luigi di Maio e quella più autonomista di Conte. Uno scontro che sembra rendere sempre più difficile la convivenza all’interno dei 5S, con Di Maio che si è visto scavalcato nelle trattative sul Quirinale da un Conte che ha addirittura giocato di sponda con Salvini per ottenere l’elezione di Elisabetta Belloni Belloni, con l’obiettivo evidente di stoppare la corsa del premier.
A Conte è arrivato l’appoggio di Beppe Grillo che ha criticato la levata di scudi di Di Maio ma la cosa non è bastata. L’errore dell’ex premier è stato quello di pensare di poter guidare e gestire da leader un movimento che in realtà nessuno, compreso Grillo, è mai riuscito davvero a controllare fino in fondo e a dirigere come un vero partito. E se non c’è riuscito lui che ne è stato il fondatore, figurarsi se ci può riuscire Conte, che da molti è percepito come una sorta di corpo estraneo, visto che non c’entra niente con la storia del Movimento.
L’errore di Conte è stato quello di pensare, una volta uscito da Palazzo Chigi, di poter sfruttare la popolarità acquisita al governo per rimettere in piedi il Movimento 5Stelle e farne un partito a tutti gli effetti. Troppo rischioso mettersi in proprio, creare un partito personale con l’orizzonte delle elezioni lontano. Ed era altresì convinto che il vuoto di leadership dei pentastellati lo avrebbe favorito, facendo di lui il federatore ideale delle diverse anime.
Ma è stato subito evidente come invece non tutti nel Movimento fossero davvero così desiderosi di affidarsi al “papa straniero”, uno che era stato sì indicato dai 5Stelle come premier, ma non era mai stato un militante, tanto meno della prima ora. E in questi mesi in tanti gli hanno messo i bastoni fra le ruote, prima Casaleggio, poi Grillo, adesso Di Maio. E quel che è peggio, è che l’ex premier non è riuscito neanche a dare una rotta precisa ai pentastellati, forse proprio di fronte all’incapacità oggettiva di guidare una truppa troppo divisa e frammentata. Così ecco le oscillazioni fra alleanze col Pd, posizioni autonomiste modello Raggi, ritorni di fiamma con la Lega. Con la sconfitta finale del Quirinale, dove Conte ha cercato di giocare un ruolo da protagonista intestandosi l’elezione del nuovo Capo dello Stato, anche a costo di compromettere i rapporti con il Pd “inciuciando” con Salvini, e ritrovandosi con un pugno di mosche in mano. Al punto che pur avendo la forza e i numeri per poter determinare una scelta, alla fine è stato come se i 5Stelle sul Quirinale non avessero toccato palla, costretti a ripiegare sulla soluzione che gli avversari interni di Conte e i dem avevano caldeggiato dall’inizio: la riconferma di Mattarella.
Ora Conte potrebbe tentare due strade: o forzare la mano e affrontare un nuovo voto a stretto giro, stavolta aperto a tutti gli iscritti, con l’obiettivo di legittimare pienamente la sua leadership e andando allo scontro con Di Maio (ma ce la farà?), oppure chiamare in campo Grillo in veste di garante perché gestisca la transizione senza traumi o spaccature in attesa che si definisca la vicenda giudiziaria. Due strade però altrettanto rischiose e poco convincenti.



