Salvini e Di Maio non possono più aspettare, ecco cosa rischiano

Politica

Inutile che Antonjo Taiani, presidente del parlamento europeo e delfino in pectore di Forza Italia (Silvio Berlusconi l’aveva pensato addirittura come candidato premier), si ostini a minacciare la Lega e i 5Stelle. Avvertendo i primi a non rompere “l’indissolubilità del matrimonio del centro-destra”, e i secondi, a non continuare ad offendere gli azzurri (“devono chiedere scusa”), per i troppi veti nei loro confronti.

La verità è un’altra: il giochetto strategico di Luigi Di Maio è molto più furbo e sottile: vuole sfilare Salvini da Fi e il Pd da Renzi (si legga il contratto alla tedesca), per essere centrale nei numeri e nei contenuti di governo. E vuole sfilare Forza Italia dal Cavaliere. Un gioco nel gioco. Tutto ovviamente nel nome della rivoluzione e del cambiamento contro la restaurazione e il Gattopardo.

E Salvini, dal canto suo, gongola in questa dimensione di dominus, capo del nuovo centro-destra a trazione leghista e la possibilità di varare un esecutivo di alto profilo o populista2.0 con i grillini.

Allenamenti e meline in attesa di formare l’esecutivo, alzando e abbassando ciclicamente il tiro. Matteo, un giorno annuncia che vedrà Di Maio, poi di fronte al suo niet, dice anche che se ci sarà una telefonata lui risponderà per educazione.

Insomma, il governo si farà per educazione e al telefono. Dopo aver sopportato statistiche e percentuali: Salvini parla di 51% di probabilità di andare a Palazzo Chigi con I 5Stelle; mentre Di Maio parla di 0% se il suo competitor si trascinerà il vecchio (Berlusconi).

Ma la prova che tra i due ci sia qualcosa di più di un’intesa è suffragata dai fatti. Stanno solo attendendo il voto del Friuli e del Molise, che sicuramente andrà a Lega e ai 5Stelle, ribadendo il quadro antropologico e sociologico del voto del 4 marzo (Il Nord al centro-destra e il Sud ai grillini). Cosa dimostra l’intesa? La velocità con cui hanno condotto le trattative per scegliere i presidenti di Camera (Fico) e Senato (Casellati), e l’accordo sulla commissione speciale, autentico istituto di supplenza del governo: Vito Crimi, grillino, al Senato e Giancarlo Giorgetti, leghista, alla Camera.

Una mediazione corretta e leale che ha fatto infuriare l’aventiniano Pd, con le parole di Graziano Delrio: “Si sono spartiti il parlamento”. Dimenticando il passato: l’operazione pigliatutto di Renzi che naturalmente avevano definito “giusto spoil system”.

Salvini e Di Maio, però non possono più nascondersi per ottenere il massimo dei posti futuri. Sergio Mattarella non sembra gradire incarichi perlustrativi, preferisce, come ha fatto capire chiaramente, che intende nominare un premier sicuro.

Quindi i due rischiano molto. Quel popolo vellicato in modo estremamente abile dai due comunicatori-leader, sulle paure (gli immigrati, la sicurezza, l’euro, la Ue) o sulla fame (la flat tax, il reddito di cittadinanza), non può vedere disattese tutte le aspettative e le promesse elettorali, con un nulla di fatto o con un programma di annacquamento eccessivo. Sarebbe un vero autogol. I partiti che si definiscono o vengono definiti populisti hanno un doppio obbligo, proprio per la semplificazione del loro linguaggio e perché ritengono di incarnare la volontà del popolo sovrano meglio dei partiti classici.

Se i due giovani leader si perdono in baruffe e capricci, perderanno dal giorno alla notte quel consenso che velocemente hanno ottenuto.

E questo, i due, non possono permetterselo. Stando all’opposizione hanno tutto da guadagnare. Costretti al governo, se non comandano davvero, hanno tutto da rimetterci. Se non faranno un governo come si deve, meglio per loro tornare al voto.

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