Governo giallorosso, 5Stallo per i dem e Renzi ha in mente di fare il Macron

Politica

Il Partito democratico vive un autentico psicodramma collettivo. Già sconfitto alle elezioni il 4 marzo scorso, pensava di veder passare il cadavere altrui stando comodamente seduto sulle sponde del fiume.

Con Renzi in panchina e il reggente Martina avvinghiato ad una poltrona che scotta, che sperava di ritagliarsi una certa rendita di posizione, assistendo ai sicuri errori procedurali, programmatici e politici del duo Salvini-Di Maio.
E invece così non è stato. La politica spesso comincia improvvisamente a correre e a sconvolgere gli schemi. La comunicazione studiata apposta per legittimare ideologicamente l’Aventino (“abbiamo occupato il posto che gli elettori ci hanno assegnato” della serie, non è la destra e i grillini che hanno vinto, ma la sinistra che ha perso), è durata lo spazio di due settimane.

La variabile indipendente è stata Sergio Mattarella e ora, secondo quanto riferiscono gli informati, sarebbe nervoso anche lui, perché il suo progetto starebbe languendo. Eppure il capo dello Stato aveva pensato proprio a tutto: bruciare la Casellati, obbligandola da esploratrice ad un percorso limitato e a tempo (il perimetro “centro-destra- 5Stelle”); passare subito alla sua palla preferita, il perimetro concesso a Fico, relativo al recinto “5Stelle-Pd”, per poi riservarsi, in caso di insuccesso (ultima possibilità, piano C), il varo di un esecutivo di tutti, un governissimo, di scopo o del presidente. Col Pd resuscitato dall’alto, grazie al polmone d’ossigeno del Quirinale.

Ma il piano b può sempre funzionare. Per il momento siamo alle schermaglie tattiche dem-grillini. Ma il partito democratico rischia di implodere. Troppe comunicazioni e strategie ambigue da gestire, che inesorabilmente portano lo sconforto presso la base e portano in superficie le lotte intestine, i personalismi e le appartenenze correntizie dei dirigenti. Insieme ad una desolante carenza di contenuti: il Pd è una forza laburista, social-democratica, liberal-progressista, radicale di massa? Un dna tra l’altro, sporcato dal patto del Nazareno-1-2-3, che lo ha fiaccato, svilito, sbiadito, fatto scendere come credibilità. E che ha determinato le sconfitte elettorali, referendum compreso, oltre alle parabole discendenti e ascendenti (si legga balletti) di Matteo Renzi.
Alla prossima direzione dem (prevista per il 3 maggio), dunque, si affileranno i coltelli. I 5Stelle potrebbero dividersi in due tronconi, i movimentisti e i governisti; e per il Pd potrebbe profilarsi un 25 luglio. I “collisti” (uomini del Quirinale, del Colle): Emiliano, Boccia, Martina. Più sfumati, ma sempre collaborazionisti con Mattarella, i vari Franceschini, Fassino, Orlando.

Contrapposti “ai puri per il dialogo”, Fiano, Garavini, Pezzopane, cui si aggiungono “i puri contro il dialogo”, Morani, Moretti, Orfini e Bonafè. Da notare, le giacobine intransigenti sono le donne.
Questa è la mappa dem: un Vietnam interno. Per ora una cosa è certa: Martina ha le ore contate; difficilmente riuscirà a tenere in piedi la zattera, specialmente dopo le improvvise e avventate aperture a Di Maio. Sacrificato sugli altari del compromesso impossibile? In pochi ricordano, però, che pure i dem, quando hanno voluto, si sono distinti per spregiudicatezza poco in linea con l’ortodossia dottrinaria: non hanno votato insieme al centro-destra per il governo Monti?

E Renzi che fa? Aspetta di veder passare il cadavere dem? Ma stia attento, nel cimitero potrebbe esserci anche lui. A meno che questo non faccia parte di un suo disegno stabilito a priori: completare la cancellazione di una storia ben precisa (il neo-post-comunismo confluito nel partito democratico all’americana), per scrivere le pagine del partito alla Macron, attirando i moderati trasversali, in una zuppa liberal-progressista, neo-centrista onnivora, formalmente nuova, sostanzialmente continuista rispetto alle caste che contano, sia quelle italiane, sia quelle europee.
Se così sarà, Renzi farà la sua ricomparsa all’ora x

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