Parte il governo giallo-verde, niente scontro col Colle. Si rompe il centro-destra

Politica

Ci siamo. Entro oggi, o al massimo domani, conosceremo il premier incaricato del nuovo governo “giallo-verde”.

Come avevamo previsto, i due partiti vincenti alle elezioni del 4 marzo, in zona Cesarini, hanno avuto uno scatto di reni, a dimostrazione che qualcosa si è sbloccato nella giornata di ieri (la forza ed efficacia dei telefoni).
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, sono riusciti a convincere i propri “eserciti”. Salvini ha incassato la “non sfiducia” di Silvio Berlusconi, il quale ha dato il via libera al futuro governo (“per il bene della patria”, delle sue aziende e paura del voto), ma non darà il suo consenso in Parlamento, al massimo l’astensione, parola magica che venderà sicuramente ai suoi, come arma fondamentale di condizionamento del nuovo esecutivo, votando al massimo le “leggi condivise con la Lega nel programma del centro-destra”.

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Ma una cosa è certa: da oggi il centro-destra si rompe, si trasforma, non sarà più quello di prima, unito alle urne, unito (ma non troppo) durante le faticose consultazioni, modello berlusconiano 1994: una Lega solo periferica, tipo bavarese, circoscritta al Nord, una destra (attualmente sopravvive ciò che resta di ciò che resta di An, cioè Fratelli d’Italia), e un grande fronte moderato cattolico-liberale centrista, rappresentato da Forza Italia. Col varo del governo Lega-5Stelle e con il primato elettorale del Carroccio, il centro-destra diventa e diventerà sempre più a trazione leghista, modello-Le Pen, con Fdi costretti al mero ruolo di cerniera, totalmente vampirizzati dai leghisti, e Fi ridotta al lumicino.

Fa bene quindi, Toti ad ipotizzare un “nuovo partito unico” del centro-destra, egemonizzato anche da Salvini: sarebbe l’unico modo per salvare capra e cavoli. Capra forzista (in crisi) e cavoli governativi dello schieramento. E sarebbe l’unico modo per tentare in prospettiva di recuperare terreno a danno dei leghisti.
Di Maio, dal canto suo, riuscendo ad andare a Palazzo Chigi, almeno non rischierà la contestazione interna dei suoi grillini, in procinto di tornare alla dimensione originaria e movimentista, avendo preso atto del fallimento della stagione dei 5Stelle di governo. Per Di Maio sarebbe stata una sconfitta su tutti i fronti, che nemmeno la demagogia di una nuova campagna elettorale avrebbe cancellato.

Come sarà questo nuovo governo populista2.0? Certamente, il premier sarà una figura terza gradita ai due partiti, che sulla carta, hanno i numeri per governare, sia alla Camera, sia al Senato. Il suo programma sarà minimalista, pochi punti condivisi, facilmente realizzabili. Probabilmente la riforma della Fornero, la moralizzazione della vita pubblica (taglio degli sprechi e dei privilegi), stretta sulla sicurezza, sull’immigrazione (che sarà chiamata lotta per la legalità), mediazione tra la flat tax e il reddito di cittadinanza. Sarà attenuata la natura euroscettica di entrambe le forze.

Per Salvini inoltre, sarà importante frenare, e vedremo se lo farà, l’anima ultralaicista e avaloriale dei grillini sui temi etici: nel calendario parlamentare e nel programma dei 5Stelle, ci sono punti totalmente opposti a quelli enunciati dai leghisti: utero in affitto, adozioni gay, matrimoni egualitari, liberalizzazione delle droghe. Ma non crediamo che un governo minimalista possa avventurarsi in questioni del genere: più probabilmente al centro dell’attenzione ci saranno gli appuntamenti economici, europei, l’Iva etc.

E il capo dello Stato? Sergio Mattarella, accogliendo il ritardo di 24 ore per consentire la preparazione del nuovo governo, ha tirato un sospiro di sollievo. Lo scenario che si stava prefigurando era un governo neutro, di servizio, guidato dal suo “signor x”, indebolito dalla sfiducia di quasi tutti i partiti; impasse che non sarebbe stata un buon viatico per la stabilità del paese.
Si è evitato un conflitto istituzionale estremamente grave: parlamento contro Quirinale. Oggi e domani saranno giorni campali proprio per questo.

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