Nuovo premier, oggi Mattarella diventa capitano nel solco di Napolitano?

Politica

Oggi si dovrebbe conoscere il nome del candidato premier del governo giallo-verde.
La giornata di Matteo Salvini e Luigi Di Maio, passata dal commercialista, ha sancito la parola fine alla “fase A” (le consultazioni riguardanti la definizione dei contenuti del contratto), e adesso si inaugurerà fase B: la scelta dei nomi, delle figure terze.

Il problema è se sono gradite al Quirinale. Ebbene sì, lo avevamo scritto su Lo Speciale già da giorni. Sergio Mattarella, con l’interventismo che ha caratterizzato i suoi ultimi passaggi, ha cambiato ruolo: da notaio ad arbitro, fino a diventare capitano. Collocandosi decisamente nel solco di Giorgio Napolitano e non solo.
Nel discorso di celebrazione di Einaudi, lo ha fatto capire chiaramente. Siamo in una Repubblica formalmente parlamentare, sostanzialmente presidenziale.

Ma non alla francese o all’americana, all’italiana: il capo dello Stato, oltre ad essere il garante della Costituzione, è pure il garante della Ue. E lo vedremo proprio oggi.
Se darà il suo assenso ai nomi proposti dalla Lega e dai 5Stelle, oppure no.
Divertente, infatti, il gioco “istruito” ed “erudito” che tv e giornali stanno orchestrando, ricordando gli articoli della nostra Carta che fissano le procedure costituzionali circa la formazione degli esecutivi: è il presidente che nomina il capo del governo e su proposta di questo, i ministri.

Peccato che finora (è la storia della repubblica), i premier siano stati decisi dalla maggioranza che godeva dei numeri in aula; maggioranza che andava unicamente a farsi ratificare una scelta fatta. E il Quirinale certificava soltanto la decisione. Poi, in seguito, proprio con la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario (guarda caso, il Mattarellum), il blocco vincente alle urne era automaticamente il blocco governativo, e il leader dello schieramento prevalente, il premier.

Invece, non solo Mattarella ha delimitato preliminarmente il perimetro degli esploratori (Casellati e Fico), la prima tra centro-destra e 5Stelle, il secondo tra 5Stelle e Pd; non solo non ha assegnato al centro-destra (in qualità di coalizione vincente il 4 marzo) l’incarico di andarsi a trovare i numeri; ma ha considerato l’ipotesi bocciata a priori (da lui), prendendo a pretesto la mancanza di possibilità concrete, ipotizzando a suon di minaccia però, un governo di servizio o neutro, che avrebbe avuto ancora meno numeri. Un singolare modo di essere arbitro.
Infine, prima e in occasione del discorso su Einaudi, ha enfatizzato la Ue, l’obbligo a rispettare gli impegni europei, a non tradire i progetti dell’Italia, quando ha scritto le regole europee, e si è concentrato sul suo potere di rifiutare nomi sgraditi e leggi non conformi alla Costituzione o senza copertura economica. Un modo nemmeno indiretto di mettere paletti.

Il che tradotto, vuol dire, “boccerò un premier che non mi piace, e boccerò leggi che non mi piacciono”.

Piacciono a lui? No, a Bruxelles. Perché, oggettivamente, dal Palazzo, Salvini e Di Maio vengono visti come un pericolo, sono ritenuti populisti, troppo euroscettici e xenofobi. Anche se, va detto, le loro posizioni in materia di immigrazione, euro, sicurezza ed economia, si sono molto attenuate, in vista dell’approdo a Palazzo Chigi.
Mattarella, legittimamente, è un perfetto continuista dell’antico schema politico italiano e si trova più a suo agio con in partiti classici, che ancora ricalcano le categorie storiche: liberali, conservatori, laburisti, socialisti. Non a caso avrebbe preferito un patto del Nazareno 3.0, o proprio al limite, un governo 5Stelle-Pd.

In quel caso avrebbe ricordato gli articoli della Costituzione e il suo potere di veto sui governi e le loro leggi?
Non dimentichiamo che l’allora presidente Scalfaro, prima di concedere le chiavi di Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi, era il 1994, scrisse di suo pugno una specie di decalogo democratico, inteso come preambolo per il sì al primo governo di centro-destra del paese. E sappiamo come finì: col ribaltone dell’anno successivo (governo tecnico di Dini), con regia del Quirinale. E Giorgio Napolitano? Ha favorito la nascita di parecchi governi senza legittimazione popolare (ma dall’alto), come i governi Monti (un altro tecnico), Letta, Renzi, Gentiloni. Anche qui, bypassando la volontà popolare o intervenendo per far cadere il centro-destra, oppure per sorreggere una maggioranza risicata in Parlamento, rifacendosi ai “nuovi” poteri costituzionali.

Morale: cos’hanno in comune Mattarella, Napolitano e Scalfaro? Sembra molto evidente.

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