EDITORIALE/A chi dà fastidio Sapelli. Elogio di un libero economista

Politica

Cosa c’è dietro la bocciatura del professor Giulio Sapelli? Anche dalla sua intervista di oggi a Lo Speciale, che conferma un ottimo rapporto col nostro giornale, si capisce chiaramente. Fa il paio con l’attuale situazione di stallo tra Salvini e Di Maio, il loro entusiastico dilettantismo, e la dice lunga sulla pressioni che il nascente governo giallo-verde sta subendo dal Quirinale (e non solo); ma c’era da aspettarselo. Trattandosi di un esecutivo a matrice populista, è ovvio che il Palazzo (nazionale ed europeo) continui a temerlo, a mettersi di traverso.

1) Sapelli, per sua storia personale e per sua stessa ammissione, non appartiene al politicamente, culturalmente ed economicamente corretto: quindi, non piace alle lobby di Bruxelles e ai suoi derivati italiani. Non è dentro gli schemi della prima Repubblica (destra contro sinistra), e il suo recente percorso lo colloca fuori dalle categorie del Novecento o oltre (coniuga sociale e liberale: un suo libro ha un titolo che è più di un messaggio: “Oltre il capitalismo”. Un riflessione che porta a proporre il socialismo comunitario). E poi, è un carattere libero, forte, sanguigno, malcelato dietro la sua intelligente ironia, capace di lampi non da poco. Per questo (e per tutto il resto) risulta per definizione, “non affidabile”, per il Quirinale, per la politica convenzionale e spesso, per i suoi stessi sponsor;

2) E’ membro del Comitato Scientifico di Eureca, un’importante rete di studiosi, professionisti, giornalisti e politici, che tra gli euroscettici, i nazionalisti e i globalisti filo-Ue, tenta di costruire una via mediana che salvaguardi le sovranità nazionali ed economiche, gli Stati nazionali e l’Europa federale. Un’associazione che si richiama agli studi dell’economista Guarino, sostenitore del colpo di Stato (orchestrato dalla triade politica-finanza-banche), tra l’euro-1 e l’euro-2, tra Maastricht e il seguito (trattati internazionali capestro); fiero oppositore del fiscal compact (patto di bilancio europeo). Una posizione, quindi, quella di Sapelli troppo equidistante dalle attuali parti (opposte) in commedia (nazionalisti fanatici ed europeisti fanatici), in realtà speculari;

3) Forse, secondo aspetto, è stato prima proposto, poi bruciato dagli stessi partiti che lo hanno coinvolto: dai 5Stelle precisamente più che dalla Lega, per motivi non propriamente ideologici. La Costituzione prevede che sia il premier a costruire la squadra, e poi a sottoporla al giudizio dei partiti di maggioranza e all’approvazione del presidente della Repubblica. Non funziona al contrario: prima i partiti scrivono il contratto, poi concordano i ministri, infine il vigile urbano-premier, senza arte né parte, con la mera funzione di assecondare gli equilibri tra Salvini e Di Maio. In sostanza, un presidente del Consiglio indebolito ed eterodiretto, che nemmeno avrebbe potuto scegliere i suoi stretti collaboratori. Come avrebbe potuto mai assecondare tale decisione dall’alto, un uomo del calibro e dello spessore di Sapelli? Non a caso il professore un segnale, l’ha dato subito, ribadendo il diritto personale di scelta a nominare, come da Costituzione, i suoi ministri (“vorrei accanto a me il ministro Siniscalco”); puntualizzazione che gli ha tagliato definitivamente le gambe o la testa. Ha osato scegliere da solo;

4) Infine, il professore se l’è presa anche col Capo dello Stato (“una delusione, è l’anomalia italiana”). Se Palazzo Chigi non può essere oggetto di mercimonio tra i partiti, non può neanche uscire dal forno dei graditi del Colle. E Sapelli, per le ragioni di cui sopra, non sarebbe mai stato legittimato da Mattarella, che dal dopo 4 marzo, è entrato perfettamente nella parte di capitano, smettendo gli abiti di arbitro, combattendo qualsiasi ipotesi estranea al suo schema filo-Ue e diventando improvvisamente cultore agguerrito dell’ortodossia costituzionale. Hanno colpito, infatti, in occasione del discorso su Einaudi, i suoi richiami insistiti agli articoli della Carta che prevedono il diritto di veto e la sua nomina di imperio del premier (articolo 92). Mattarella, non è un mistero, vuole e continua a volere l’ultima parola su premier, ministro dell’Economia e degli Affari Esteri almeno. Un modo per controllare anche un governo populista.

Figuriamoci con Sapelli come sarebbe andata.

Condividi!

Tagged