Fiducia: Conte parla, le facce di Salvini e Di Maio svelano tutto

Politica

Impressioni da discorso. Il neo-premier Conte ha superato di gran lunga la stanghetta dei 60 minuti, andando a collocarsi a pieno titolo nella classifica dei grandi parlatori.

Affabile, colto, alternando un tono moderato da conversazione e un tono enfatico (più da aula universitaria che da piazza), risaltando i punti chiari e originali dell’esecutivo e frenando sugli argomenti spinosi (pensioni, reddito di cittadinanza, Europa), ha avuto il merito di sintetizzare efficacemente il contratto gialloverde e il ruolo futuro del governo “del cambiamento”.

A cominciare dalle parole-chiave usate. Prima tra tutte “populismo”, finalmente visto e letto con un’accezione positiva. Smentendo la narrazione delle caste, che brandendolo a destra e manca, pensavano di ghettizzare e demonizzare vita natural durante i loro nemici. Ormai anche scenicamente è finita l’era della contrapposizione destra-sinistra, ed è cominciata l’era, in parlamento e nel paese, della contrapposizione “alto-basso”, “popoli contro caste”, “sovranità contro globalismo”, “democrazia contro economia-finanza”.
Finita l’era dei venditori di prodotti commerciali, autobiografia della nazione (Berlusconi e Renzi), “l’avvocato del popolo italiano” ha inaugurato l’era del “racconto gentile”, tosto e dandy al tempo stesso (il suo look è destinato, infatti, a fare proseliti), un rapporto nuovo tra forma e sostanza che segna il passaggio dei populisti al riformismo, e consegna gli ex riformisti storici, della prima e seconda Repubblica, al ruolo mesto di passatisti e conservatori.

Domanda: da oggi Conte, andando oltre la fiducia, ha acquisito una sua forza autonoma? E’ ancora il coordinatore-esecutore dei due dioscuri, o sta iniziando a brillare di luce propria?
Le insinuazioni furbe e insinuanti di Monti nel suo intervento (“spero che lei avrà la forza di governare”), simbolo consunto dell’altra faccia della politica (ciò che resta della casta e del rigorismo Ue), sono andate in questa maligna direzione: stanare l’ego del premier per evidenziare una sua presunta sofferenza psicologica rispetto al peso di Salvini e Di Maio.

I quali, sempre traducendo la loro comunicazione verbale e fisica, durante il discorso di Conte si sono comportati diversamente. Di Maio sorridente, palesemente soddisfatto, conciliante, incarnazione della sacralità delle istituzioni (ha dimostrato rispetto per Conte, per il momento storico, e pure per gli interventi dei vari gruppi politici senza tradire insofferenza o quell’ironia astiosa tipica della sinistra di governo); Salvini, invece, sbrigativo, quasi annoiato, eternamente impegnato a chattare sul cell, vivo solo in occasione degli argomenti cari alla Lega (immigrazione, Europa, sbarchi, accordi bilaterali con i paesi di provenienza dei profughi), addirittura assente, in alcune fasi del dibattito.

Un grave errore, l’immagine è importante. Con la sua presenza-assenza, ha fatto capire due cose: o che questo governo lo annoia, è che di fatto è il governo di Di Maio, sponsor di Conte, o che invece, comanda veramente lui. Messaggio in codice. Ai posteri l’ardua sentenza.

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