La nuova comunicazione di Renzi: prova a buttare la casta addosso al governo

Politica

L’unica cosa su cui il Matteo Renzi di oggi assomiglia al Matteo Renzi di ieri, è una vaga idea di Italia, di interessi nazionali, di “pelosa” solidarietà nazionale.

Intervenendo in Aula, nella replica al neo-premier Conte, ha pensato bene di attaccare Salvini, lanciandosi nel ruolo di “avvocato della nazione” (pur non avendo i titoli di avvocato e quindi, non come collega professionale di Conte): “Stia attento alle parole, non possiamo permetterci di creare un clima incendiario, polemiche e crisi con la Tunisia; lei rappresenta un paese, le parlo da padre a padre”.

Quasi commovente per il senso patriottico. Dove è finito quel Renzi che bacchettava Ue e africani, rei di aver mortificato i sogni della primavera araba? La difesa d’ufficio della Tunisia, ad esempio, è da statista o attiene alla collaborazione avviata quando era lui presidente del Consiglio? Per il resto, Renzi ha confermato la narrazione e la “sindrome di Voltaire” che affligge geneticamente i dem da tempo: ritenersi l’incarnazione religiosa della verità, del bene, della morale, dell’etica e della democrazia. Schema manicheo che vede nell’avversario unicamente il male; male che assume sempre nuove facce e declinazioni: fascismo, berlusconismo, trumpismo, populismo etc.

L’ex segretario del Pd ora senatore ha richiamato il conflitto d’interessi (una pallottola sempre in canna, dal Cavaliere in poi), minacciando neanche tanto indirettamente la neo-ministra Trenta (per i suoi rapporti passati con una società di contractor). E poi l’affondo ideologico: “Ora siete voi – rivolto ai populisti anti-casta grillini e leghisti – l’establishment”. Quindi nessuna scusa, il popolo è nuovamente rappresentato dai dem. Siamo sicuri?
Forse in pochi ricordano come Renzi sia sceso in politica, assurgendo al ruolo di rottamatore. Una rottamazione contro il vecchio personale della politica, che non c’è mai stata e che ha coinciso, al contrario, con la conservazione delle élite bancarie, finanziarie, mondialiste.

Questa è stata, infatti, la cifra dei governi a guida pd che hanno creato quella reazione (in tema di economia, sicurezza, immigrazione, sovranità), che ha portato grillini e leghisti alla vittoria.

Ma la frase cult di Renzi è stata “noi siamo un’altra cosa”. Formalmente pronunciata per ripartire dall’opposizione del governo Conte (un segnale anche ai suoi, quando si stavano facendo inghiottire al secondo forno con Di Maio), ma praticamente espressione di quella superiorità etica e morale, che non riesce proprio a passare, e che consegna e condanna dirigenti dem e suoi leader, vecchi e nuovi, al peggiore classismo ideologico.

Un giorno forse capiranno perché il loro popolo li ha abbandonati. Il popolo (e lo si evince dai social) non ne può più della sinistra al caviale che disprezza il proprio elettorato quando va a destra (etichettandolo come plebe), e che dopo le varie parentesi governative ha sempre una via dorata di uscita: si rifugia nelle conferenze magari pagate, nelle fondazioni e nei giri culturali mondiali stile Obama.
Stessa scelta oggi di Renzi. Insieme al suo progetto-Macron: formalmente antipolitico, sostanzialmente continuista e paladino delle caste nazionali ed europee. Esattamente come il partito del cugino francese.

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