Governo, gli errori della comunicazione anti-Salvini. In primis del Pd

Politica

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Il fronte populista (Lega e 5Stelle), qualora si unisse, oggi, alla luce dei ballottaggi, avrebbe il 58% dei consensi. Inutile quindi, la campagna di divisione, sospetti e zizzania che tv, media ufficiali e organi della casta Rai, quotidianamente orchestrano per dividere il governo gialloverde.
E’ vero che Salvini sta prendendoci gusto (Lo Speciale lo aspetta sui fatti concreti, sui provvedimenti legislativi). L’ex comunista padano ha capito che fare la voce grossa conviene (sbarchi, rom, immigrazione, porti, contante, vaccini). E il risultato non è l’isolamento tanto paventato dai suoi oppositori; ma, al contrario, una diversa e migliore considerazione internazionale dell’Italia, in primis, dell’Unione Europea che, a sua volta, se non cambia, crolla, sparisce. E questo gli eurocrati di Bruxelles l’hanno capito. Ora la Merkel, ad esempio, è diventata comprensiva verso di noi.

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Ma è anche vero che la comunicazione anti-Salvini sta sbagliando tutto: cerca di dividere il ministro degli Interni, la Lega dai 5 Stelle, con continue interviste capziose e strategiche. Del tipo, “è il governo di Salvini”, “è il governo di destra”, “i grillini stanno perdendo voti, l’alleanza non conviene”, “non sono questi i motivi per cui il popolo grillino ha votato il Movimento”, tradotto in codice, l’alleanza con gli xenofobi, i fascisti e gli omofobi, è il male.
Sì, perché verranno amplificate tutte le frasi di Salvini, le frasi pro-life di Fontana, i dissensi della base grillina per prefabbricare l’eventuale fibrillazione e in soldoni, la crisi annunciata del governo. Ogni occasione sarà buona.

E poi, altro tormentone, la presunta nullità di Conte, la cui figura e il cui ruolo sembrano sparire di fronte alla virulenza e all’immagine forte di Salvini. Se Di Maio sta correndo ai ripari, con continue comparsate televisive e spingendo sulle tematiche sociali, economiche (visto che quelle relative a sicurezza e immigrazione sono appalto leghista), il premier ha scelto il basso profilo. Ma non meno efficace. Al summit europeo non è andato proprio col cappello in mano.
E di fronte all’inversione di tendenza generale la sinistra politica sembra condannata a reiterare, eternare i propri errori di comunicazione: insiste nel definire il governo gialloverde “come governo di destra”, isolato, odiato; si rifiuta di accettare le nuove categorie (“alto-basso”, popoli contro caste, identità contro globalismo, sovranità, democrazia contro economia finanziaria e non più “destra-sinistra”), e recita ogni giorno la parte “dell’indignato morale”, del “professionista della compassione e dell’umanità” (gli immigrati, gli sbarchi), dimenticando che ormai i cittadini hanno definitivamente messo al primo posto gli italiani sugli immigrati.

Il Pd poi, oscilla tra superbia ideologica, superiorità morale e incapacità di leggere una società che cambia. I diritti civili (unioni civili, divorzio breve, biotestamento) sono stati soltanto un enorme depistaggio di massa a costo zero, nel nome e nel segno del laicismo borghese (l’individuo assoluto, i desideri che devono diventare diritti), della società radicale di massa (dna che ha sostituito quello social-democratico), confinando al passato la lotta per quei diritti sociali ed economici che il jobs act ha massacrato e che sono sempre stati la ragione sociale della sinistra storica. Diritti che oggi vengono difesi meglio dai cosiddetti populismi e dalla Chiesa.

Bisogna cogliere i segni del tempo e della trasformazione antropologica della società per ripartire. Se la sinistra e i suoi giornalisti liberal e radical non si adeguano, rischiano di trasformarsi in violente macchiette, in utili pennivendoli di un sistema che ormai vacilla. Nei servitori a costo zero delle oligarchie economiche, bancarie e finanziarie.

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