Cigno nero di Savona, Rinaldi: “Come nel ’71, serve sempre essere pronti”

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“Dobbiamo essere pronti a ogni evento. In Banca d’Italia ho imparato che non ci si deve preparare a gestire la normalità, ma l’arrivo del cigno nero, lo shock”. Sono le parole pronunciate dal Ministro degli Affari europei Paolo Savona durante l’audizione presso la commissione sulle Politiche Ue congiunta di Camera e Senato. Alla domanda su una possibile uscita dall’euro Savona ha risposto: “Possiamo trovarci nelle condizioni in cui non siamo noi a decidere ma siano altri. La mia posizione del piano B, che ha alterato la conoscenza e l’interpretazione delle mie idee, è essere pronti a ogni evento”. Lo Speciale ha chiesto un commento all’economista Antonio Maria Rinaldi, docente universitario e animatore del sito Scenari Economici, da sempre euroscettico e vicino al professore.

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Savona ha avvertito l’Italia: “Sia pronta al ‘cigno nero. Altri potrebbero decidere la nostra uscita dall’euro”. E nei prossimi giorni incontrerà Mario Draghi. Questa notizia la preoccupa e quali scenari le fa evocare?

“Si tratta di dichiarazioni completamente estrapolate dal contesto generale del discorso pronunciato da Savona, e hanno finito per generare quella che io definisco una grande fake news. Infatti se lei va a vedere, i media hanno rilanciato la notizia come se il Ministro avesse ancora una volta rilanciato il piano B e quindi messo a rischio la stabilità dell’Italia. Una cosa vergognosa”.

Ma esiste davvero il rischio del “cigno nero” evocato da Savona?

“Il cigno nero di Savona non è nulla di eclatante. Il Ministro ha una lunga esperienza nel centro studi di Banca d’Italia e questo lo pone nelle condizioni di dover tener conto di qualsiasi tipo di scenario, anche perché la Banca d’Italia è una di quelle istituzioni chiamate a verificare ogni possibile opzione. Questo poi non significa che certi piani debbano essere necessariamente attuati. Nessuno di noi lo spera, ma dobbiamo comunque essere preparati. Quando nel Ferragosto del 1971 si ebbe il crollo di Bretton Woods, (quando Nixon decise di mettere fine al sistema di cambio fisso fra dollaro e oro ndr.) fortuna volle che le istituzioni di tutto il mondo avessero piani alternativi da realizzare per sostenere l’urto della mancata convertibilità, e gli effetti sono stati in larga parte tamponati perché si erano preparati all’evenienza. Ulteriori piani per rendere sostenibili possibili crisi finanziarie sono sempre all’esame. Savona da accademico ha detto quello che tutti sanno e insegnano all’Università: bisogna sempre essere pronti in economia. Per questo dico che la notizia non è stata trattata dai media nel giusto modo”.

Sempre per Savona stiamo vivendo al di sotto delle risorse, a causa dei vincoli Ue e non al di sopra. E’ questa la verità? Quanto ci costerebbe l’uscita?

“Tutti i Paesi del mondo hanno piani B, piani C, piani D per quanto riguarda futuri eventuali scenari. A questa domanda dovrebbero rispondere le istituzioni. Sono infatti loro ad avere tutti gli elementi per poter determinare eventuali costi e benefici. Noi studiosi di economia, per quanto esperti, non potremo mai disporre delle reali situazioni economiche per poter valutare certi effetti.  E’ come nel caso in cui si predisponga un piano per far fronte ad una possibile invasione militare. Io da accademico non posso sapere le reali esigenze militari italiane. Non va poi dimenticato che trattandosi di situazioni molto delicate, le informazioni connesse non possano essere per ovvie ragioni divulgate anche perché farebbero perdere a quel piano qualsiasi tipo di efficacia”.

Ieri il presidente dell’Abi (Unione Bancaria Italiana) Antonio Patuelli ha detto che per l’Italia si prospetta il rischio Argentina se prevarranno le spinte nazionaliste e anti-europeiste. Condivide?

“Patuelli ha parlato della necessità di un rafforzamento dell’Europa, processo al quale deve partecipare attivamente anche l’Italia. Però si è dimenticato di spiegare come debba avvenire questo rafforzamento. Perché se questo significa stringere ancora di più i bulloni, allora non si può affatto essere d’accordo. Diverso il discorso se questo lo si intende conseguire con una maggiore condivisione delle decisioni da parte di tutti gli stati membri, modificando tutto ciò che di errato è palesemente sotto gli occhi di tutti. Purtroppo fino ad oggi rafforzare l’Europa ha comportato soltanto un aumento consistente dei disagi per i cittadini. La sostenibilità della costruzione europea soprattutto in campo monetario, deve passare da una radicale rivisitazione delle regole fin qui adottate”.

Ma esiste davvero un rischio Argentina per l’Italia?

“Il paragone con i Paesi sudamericani è fuori luogo, non sta in piedi. Un presidente dell’Abi dovrebbe sapere che la situazione argentina si è scatenata perché avevano in maniera impropria legato la propria valuta a cambio fisso con il dollaro e perché una crisi internazionale ha poi fatto il resto. Quindi una semplice cliccata su Google avrebbe sconsigliato certi riferimenti. Anzi paradossalmente anche l’Italia e gli altri paesi dell’unione monetaria si trovano oggi nelle stesse condizioni di cambio fisso dell’Argentina. Ma fortunatamente il fatto di avere una storia economica ed industriale ben diversa da quella argentina ci consente di sopravvivere. La prova è che siamo ancora vivi”.  

E sulla proposta dell’Unione bancaria con regole comuni?

“Patuelli sostiene che con la lira c’erano dei tassi di interessi superiori, ma dimentica di dire che all’epoca le banche riuscivano comunque a trarre grande profitto fra il differenziale di tassi attivi e passivi; cosa che oggi non è possibile perché i tassi sono a zero  e quindi i margini di intermediazione sono ridotti a nulla. Anche grazie a regole europee esterne non si è riusciti a trovare nuovi spazi di competitività che diano soddisfazioni nel conto economico delle banche. L’Unione bancaria rischia di essere un pericoloso trappolone, perché in Europa esistono sistemi bancari molto diversi. Unirli significherà adeguarsi a quelli degli altri senza condividere il nostro. La storia della Ue ci dice questo. Basti vedere che le regole europee prevedono penalizzazioni per le banche con crediti deteriorati, nonostante questi abbiano comunque dei collaterali in beni materiali, rispetto a quelle che detengono il portafoglio per la cosiddetta finanza creativa. Sono queste le regole che ci servono? Vedo molto difficile che si riesca ad imporre un modello italiano, visto che tutto ciò che finora abbiamo proposto, non è mai andato in porto”.

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