Incontro ad Arcore. Il segreto che unisce Salvini a Berlusconi

Politica

Una cosa è certa. Quando Silvio Berlusconi convoca a Palazzo (Arcore), subito spuntano fantasmi e spettri. Le segrete stanze nobiliari, ormai famose nel mondo, evidentemente generano in automatico incubi e suggestioni. Così fu per Matteo Renzi, sindaco di Firenze, quando andò ad interloquire col Cavaliere: venne immediatamente accusato di tradimento, di lesa maestà ideologica, di essere in fondo, da militante dem, molto berlusconiano e “berlusconizzato”.

Dubbio amletico: i suoi successivi passi da segretario (dal partito della Nazione al patto del Nazareno, all’idea, molto simile al partito degli italiani, ossia il Pdl, di fondare un partito liberale di massa da sinistra verso il centro), sono la prova postuma dell’inciucio partorito tra un primo e un secondo a base di pesce col Cavaliere in epoca non sospetta? Forse.
Stesso problema ce l’ha ora un altro Matteo, Salvini, reo di aver ripreso i contatti culinari e privati con Berlusconi, dopo aver rotto con lui, sia a livello di convocazioni dinastiche dall’alto, sia a livello di intesa politica (il centro-destra che fu).
I leghisti più ministeriali, soddisfatti della loro presenza istituzionale e del contratto con i grillini, temono un ritorno di fiamma, modello 1994, tipo centro-destra, con Fi centrale e centrista, a dettare le carte. I grillini doc, viceversa, temono un doppio gioco, un doppio binario, scritto e gestito proprio da Salvini (sul piano nazionale col governo, sul piano locale, in vista delle prossime elezioni, col vecchio centro-destra). E naturalmente, spingono su Di Maio, perché non si faccia fregare. I vari Nicola Morra, Paola Nugnes, Luigi Gallo, appendici parlamentari di Di Battista e Fico, urlano da quando hanno capito che Salvini e Berlusconi si sarebbero incontrati sul serio: “Stiamo ancora aspettando che Salvini ci dica quando farà la legge sul conflitto di interessi”. Tanto per gradire.
Tradotto significa, “quei due sono d’accordo e noi perderemo tutti i voti”.

Ma è la bellezza e l’oscurità della politica, specialmente quando diventa politica di governo.
E’ ovvio che all’incontro, a cui si sono aggiunti i numeri due dei rispettivi partiti, Tajani e Giorgetti, si sia parlato di temi cari a Berlusconi e a Salvini: il via libera di Forza Italia su Foa, in cambio di garanzie sui tetti pubblicitari. Flat tax in cambio di un accordo sulle prossime regionali ed europee.
Ma è chiaro che le intese di una sera servono solo a calmare per un po’ i bollenti spiriti. E’ tattica, melina, non obbligatoriamente strategia, disegno.

D’altra parte, gli avvertimenti estivi tra i due hanno colorato di rosso le cronache: Berlusconi ha avvertito: “Salvini dovrebbe smetterla di occuparsi solo di migranti e cominciare ad occuparsi di tasse e di temi di centro-destra”. Una bocciatura perentoria al governo, e alla partecipazione contrattuale dei leghisti, subito ridimensionata dal ministro degli Interni: “Ho enorme stima – ha detto applauditissimo dalla D’Urso – perché è stato un grande della politica, del calcio, dell’editoria e della tv”. Calcando l’accento su quell’“è stato”. Silvio, quindi, letto al passato, come il suo centro-destra.

In soldoni, il governo non si tocca: “Ci siamo impegnati con Fi sui vitalizi per anni, e questo governo li ha risolti in due mesi. Perché Fi ha votato contro insieme al Pd?”. E infine, su Di Maio, il discorso è stato chiaro: “Ho fatto un’alleanza e la rifarei. Sono gente seria”. Punto e a capo.
Il segreto che unisce Salvini a Berlusconi, è solo il Milan. E l’ambizione del vice premier di superare l’opzione che sembra dividerlo tra due campi: o col governo o col vecchio centro-destra inventato da Silvio. In che modo? Partito unico del centro-destra, a guida leghista, superando lo stesso centro-destra: una Lega nazionale, cristiana, populista, sovranista, che diventa in sede europea “Lega delle Leghe”.

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