Salvini-Di Maio. La guerra sulle risorse e la strana virata di Savona

Politica

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Dietro i sorrisi rassicuranti ostentati nella conferenza-stampa che ha annunciato al popolo “la manovra del popolo”, il tanto sospirato Def, in realtà si nascondeva un dramma. Una forte tensione che, nemmeno la comunicazione afona e serena del premier Conte, quella solare di Salvini (“questa bella manovra” non è una definizione politica), e quella moderata di Di Maio, sono riuscite a fugare.

Si è trattato e si tratterà ancora, fino alla fatidica data del 20 ottobre (quando non si potrà più annunciare e basta, e si dovrà rendere conto ufficialmente alla politica, alle istituzioni e ai cittadini), cioé la pubblicazione della Manovra, della “guerra sulle risorse”.

Un tempo c’era la guerra del riso, del grano, oggi, in piena era populista, c’è la guerra delle risorse da assegnare.

Una partita dove gli equilibri interni al governo rischiano di saltare, non tanto sotto il peso dei condizionamenti europei (il famoso 2,6% del rapporto deficit-pil), non tanto per le ingiurie dei vari eurocrati, non tanto per i no del Quirinale o le contestazioni di una opposizione politico-parlamentare al momento estremamente debole; ma per le incompatibili strategie di Lega e 5Stelle.

E quando dalle parole si passa ai fatti, ai numeri, ai soldi, da togliere e da mettere, le cose si fanno serie.

I grillini continuano a dire che per il reddito di cittadinanza da 780 euro al mese, verranno spesi 10 miliardi, mentre per il resto (quota 100 per le pensioni, flat tax per le partite Iva), solo 6 miliardi. I leghisti, invece, dal canto loro (questa è la guerra), dicono che il grosso della Manovra andrà al superamento della Fornero (quota 100, in pensione a 62 anni, con 38 anni di contributi), cioè 9 miliardi, assegnando al reddito di cittadinanza appena 7 miliardi, tenendo conto poi che 1 miliardo dovrà andare all’assunzione di 10 mila addetti alle Forze dell’Ordine, come da promessa di Salvini.

Una pace provvisoria i due partiti l’hanno trovata davanti alle telecamere, in conferenza stampa. Hanno parlato sia Salvini che Di Maio, di 10 miliardi per il reddito. Era una pausa di riflessione, il segno di un’intesa trovata, o un assaggio della battaglia da riprendere?

A poco sono servite le parole rassicuranti di Tria e Conte sugli investimenti e su disavanzo destinato a diminuire nel 2021, tornando a quota 1,8%.

Una rassicurazione per i due Dioscuri del governo o per la Ue, in rotta di collisione con noi? Come se non bastasse, ci si è messo pure il titolare delle Politiche Comunitarie Paolo Savona: da falco anti-euro, nel suo tour a Bruxelles, è diventato mediatore: “La mia idea è che non esiste, né deve esistere alcuna ipotesi di uscita dall’Euro”. Altro che piano b.

Vuoi vedere che tra i due litiganti (Salvini e Di Maio), il terzo (la Ue) gode?

 

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