La Manovra cambia pelle. La retromarcia di Salvini e Di Maio

Politica

La Manovra cambia pelle. E ora sono cavolini (amari) di Bruxelles per Salvini e Di Maio, che sulla Manovra del cambiamento si giocano faccia e consenso (hanno vinto il 4 marzo per il reddito di cittadinanza, la flat tax e il superamento della Fornero).
Due cose al momento sono certe: che la borsa italiana ieri è stata la più alta d’Europa e lo spread è sceso sotto quota 300. E la tendenza oggi pare confermata. E, secondo dato, il governo dopo l’incontro serale, ha deciso la “rimodulazione” della Manovra.

La discesa veloce dello spread dimostra, a conti fatti, che l’impatto psicologico (dovuto al terrorismo mediatico), non è secondario, stava condizionando i mercati e alimentando l’insicurezza della gente. E conferma che le parole sono importanti.
E allora una regola sulla comunicazione, specialmente i partiti di opposizione (dal Pd a Fi), in linea con i talebani di Bruxelles, dovrebbero darsela. Le loro accuse, le loro paure, le loro strumentalizzazioni, rischiavano di far saltare tutto, al di là della normale e legittima funzione che l’opposizione deve svolgere.
D’altra parte chi di “dilatazione della percezione colpisce, di dilatazione della percezione perisce”. Se Lega e 5Stelle hanno incassato il consenso alle politiche, lo si è dovuto ad una intelligente campagna di sostituzione della realtà con la paura (su temi come immigrazione, sicurezza e dittatura Ue). Ed era logico, che l’opposizione rispondesse con altrettanta campagna di sostituzione della realtà con altrettanta paura (il dilettantismo populista, i conti in disordine, la manovra sbagliata che si scaglierà su conti correnti e mutui dei cittadini).

Sul versante governativo, Salvini e Di Maio, non ne escono bene. La ragion di Stato e l’esigenza di mediare con Bruxelles (strategia Conte-Tria), ha avuto la meglio.
Le parole-chiave che hanno trionfato sono state, infatti, “dialogo e rimodulazione”.
Alla riunione di ieri a Palazzo Chigi, l’esecutivo ha disposto il rinvio a giugno del reddito di cittadinanza e il restringimento della platea di “quota 100”. Leve su cui si punta per abbassare il deficit e convincere l’Europa a evitare la procedura d’infrazione.
L’idea di partenza è spostare risorse pari circa 0,2% del Pil (poco meno di quattro miliardi) dalle spese per reddito di cittadinanza e pensioni, agli investimenti. Se all’Europa non basterà, quelle stesse risorse (magari qualcosa in più) saranno destinate alla riduzione del deficit.

A questo punto la comunicazione rassicurante dei due Dioscuri sa di retromarcia: “Non è una questione di decimali, non voglio impiccarmi allo zero virgola”. Messaggio che indubbiamente apre, evidenzia il cedimento, ma salvando la faccia.
E guarda caso, Draghi ha subito lanciato una zattera: “Fiducioso in un accordo Italia-Ue”.
Tutto tranquillo, quindi, tutti vincitori?

Nella Lega c’è ancora chi spinge perché la misura cambi. La proposta più “estrema” prevede la trasformazione del reddito in un taglio del cuneo fiscale: non darlo, cioè, ai singoli ma direttamente alle aziende che li assumono. E alla vigilia dell’inizio del voto in Commissione rientra in discussione, nel vertice di Palazzo Chigi, l’intero pacchetto di emendamenti parlamentari. Si restringono i cordoni della borsa per le proposte parlamentari e salterà, probabilmente, la “sugar tax” sulle bibite zuccherate. Anche su questo, si discute.
Se ieri il governo si è garantito qualche mese di stabilità, indubbiamente ha cominciato a indebolire il proprio consenso.

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