Francia abolisce mamma e papà, parla Crepet: “Perché dico no”

Interviste

I cambiamenti antropologici sono un dato di fatto, tuttavia la formula “genitore 1 – genitore 2”, in quanto “cacofonica” e goffamente “burocratica”, è tutt’altro che convincente. Lo sostiene lo psichiatra Paolo Crepet, interpellato da Lo Speciale sulla recente riforma adottata dal Ministero dell’Educazione francese, che ha bandito l’utilizzo delle parole “mamma” e “papà” nelle documentazioni scolastiche e nel linguaggio corrente degli insegnanti.

Professor Crepet, qual è la sua valutazione complessiva del provvedimento francese?

“Le cose cambiano, c’è un’evoluzione nei rapporti familiari. Mi pare abbastanza evidente che quello che non si poneva come problema vent’anni fa, si pone adesso. È un rispetto per le diverse sensibilità. Bisogna però trovare quale sia la soluzione giusta. Quella di genitore 1 – genitore 2 la trovo piuttosto burocratica. Forse ci voleva un po’ più di creatività… Visto che facciamo tanto lavoro di marketing per tante cose, invece che affidare la soluzione a un burocrate, ci si poteva riflettere un po’ di più. Detto questo, credo che a mettere il freno a mano e dire ‘il mondo è sempre andato così’, non paghi. Ci vuole rispetto di tutto, perché io parto dal rispetto. Rispetto delle persone e delle diversità: questo per me è un dogma. Se però uno mi chiede se genitore 1 e genitore 2 sia la soluzione più ovvia e giusta, io dico: forse anche no, però questo è un altro punto di vista. Nel merito mi pare che il problema si ponga. Nel metodo credo che genitore 1” e “genitore 2 sia sbagliato, nel senso che è un po’ cacofonico, è brutto da sentire”.

Usare queste terminologie a scuola cosa comporta?

“Le cose stanno cambiando anche a scuola. Quando andavo a scuola io, non c’erano figli di separati, oggi uno su due lo è. Non possiamo negare l’esistenza di un cambiamento, quindi bisogna anche capire, è logico che ci sia una sensibilità. Non è solo una questione di festa della mamma o del papà, perché magari un bambino può non avere il papà o la mamma, oppure averli separati. È chiaro che bisogna essere consapevoli che la questione c’è. È un po’ come quando si tratta di parlare delle feste di Natale alla comunità ebraica. Se c’è una persona con una religione diversa dalla tua, la devi rispettare, non puoi insultare”.

Ritiene che le espressioni “genitore 1” e “genitore 2” possano gettare i bambini nella confusione?

“Non credo che determinino una confusione. Trovo improprie le espressioni genitore 1 e genitore 2, intanto per una questione molto logica: uno è superiore a due. Già questo è sbagliato. Così pare che vi sia un genitore che comanda e uno che non comanda. Quindi, anche da questo punto di vista, mi paiono due espressioni cacofoniche”.

Nella sua professione ha mai avuto a che fare con bambini cresciuti in coppie omogenitoriali o in altri contesti insoliti?

“Certamente, ne ho avuti tanti di questi casi. Sulla questione ho già detto quello che penso. È già nota la mia posizione sul cercare il genitore in California. Su quel punto, lì ero e li rimango [lo psichiatra si è sempre professato contrario alla fecondazione eterologa e sull’utero in affitto, ndr]. In merito alla ricaduta che il fenomeno può avere sui bambini dal punto di vista psicologico, è molto più difficile esprimersi. È una questione che riguarda l’individualità. Non saprei dire cosa succede a un bambino con una mamma che ha ricevuto l’inseminazione artificiale in Spagna, dipende da una pluralità di fattori: dalla madre, dalla realtà sociale o economica, da dove vive, ecc. Un conto è se la mamma ha un lavoro qualsiasi, altro conto se la mamma lavora nella moda. È chiaro che nel mondo della moda, certe cose sono molto ovvie. Se un omosessuale maschio lavora in fabbrica se la passa con molta più difficoltà, se invece lavora per Luis Vuitton molto meno”.

Luca Marcolivio

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