Effetto Sardegna. Matteo costretto a salvare il soldato Luigi. Ecco perché

Politica

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Lega pigliatutto. Anche se sta vincendo ovunque, il partito di Salvini, perché di questo si tratta, si appresta a vivere un momento delicato. Una fase di passaggio, complessa, articolata, che potrebbe preludere sia alla definitiva consacrazione, sia alla parabola che stanno vivendo oggi i 5Stelle (l’inizio della regressione).

E Salvini lo sa bene: gli italiani hanno sempre in testa la “sindrome di piazzale Loreto”, si identificano, delegano ad un Capo, salvatore della patria, gli fanno fare il lavoro sporco, diventa il simbolo di tutte le proiezioni, frustrazioni, rabbie e aspettative possibili, e quando qualcosa va storto, viene impiccato, arso sul fuoco, in modo tale che sparisca anche la minima traccia del consenso attribuito.

Si chiama “deresponsabilizzazione” e subito dopo, inizia inesorabilmente la ricerca e la delega di massa ad un altro, nuovo, leader. Così è successo pure a Berlusconi, a Renzi e forse con Di Maio. D’altra parte, in era di partiti liquidi, il consenso è liquido.

Sul piano della comunicazione, prima o poi, è una regola obbligata, la fiaba populista è destinata a spegnersi: la percezione al posto della realtà, l’annuncio al posto del fatto, la narrazione, la rappresentazione, al posto della verità, conti e numeri governativi alla mano, stancano, non durano, non garantiscono l’eternità.
Ma tornando al governo, da domani Salvini giocherà una partita difficile. Adesso tocca a lui salvare il soldato Di Maio, individuato come l’anello debole dell’esecutivo.

Tutti i media, i politici di opposizione, i commentatori ufficiali, le lobby e il Colle, dopo l’Abruzzo e la Sardegna, hanno avvertito l’odore di sangue: colpiscono lui, approfittando dei problemi strutturali del Movimento, storicamente debole nelle competizioni amministrative, per affossare Conte, considerato un modello pericoloso e sovversivo, non da imitare. Ma se lo salva troppo rischia anche lui di indebolire le ragioni che lo stanno portando a trionfare elettoralmente e crescere esponenzialmente nei consensi: sarà costretto, infatti, a mediare, rallentare la “leghizzazione” del governo (attenuare le posizioni sulla Tav, rimandare la legittima difesa, ritardare le autonomie etc). Un rischio da non correre, se si pensa al fatto che incombono le elezioni europee.

Un’azione inconsueta per Salvini, costretto a cambiare strategicamente pelle (diventare moderato), per restare centrale nel governo. Una prova immediata? Ha pure acquisito nella sua squadra il ministro dell’Economia Tria, ribelle un tempo nella logica vicina al Quirinale (rassicurare la Ue, i mercati), ribelle ora rispetto alla demagogia dilettantesca dei grillini, e in rotta con loro dopo le note dichiarazioni sull’emergenza-investimenti in Italia, se si bloccano tutte le infrastrutture.

L’altra strada di Salvini, invece, è far saltare il banco e andare ad incassare il tesoretto. Cioè, elezioni anticipate dopo le europee (a novembre), ma senza restare col cerino in mano. Una strada impervia, con mille trappole: non può prendersi la responsabilità di farlo direttamente (dovrà inventarsi un secondo caso-Savona, un incidente di percorso serio), e dovrà spiegare a lungo “la smentita di sé stesso”, dopo mesi e mesi di rassicurazioni sulla parola data, i giuramenti fatti e il governo che dura cinque anni.
E, dovrà rinegoziare il ritorno con Berlusconi, nostalgico del centro-destra vecchio modello (1994), con tutto ciò che ne consegue.

Finora Salvini è visto come la bandiera di una nuova “area populista-identitaria-sovranista” (a metà tra la Le Pen e il Partito sardo d’azione); svolta che ha costretto la Meloni a cambiare vestito (coniando il termine sovranista-conservatore, per evitare che Fdi resti ingabbiato tra la Lega e Fi), quindi se torna nel centro-destra lo farà a patto di trasformare lo schieramento in polo a trazione leghista. Ma allora, non ha senso tornare dal Cavaliere: pure se resta fermo e si presenta da solo, prende tutto. Almeno ora.
Un bel rebus.

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