Via della seta. Le troppe sfumature di grigio dell’ultimo Salvini

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Quello che fa pensare è l’unica regola fissa che sembra resistere in seno al governo liquido gialloverde. Stiamo parlando della “sindrome da sovrapposizione”. Non è soltanto la cronistoria dei cambi di idee, che sono purtroppo naturali e fisiologici nella politica italiana, a seconda delle strategie, dei posizionamenti dei partiti e degli obiettivi.

E’ qualcosa di più profondo: uomini di destra che fanno cose di sinistra e uomini di sinistra che fanno cose di destra.
Dal varo del nuovo esecutivo in poi, Salvini e Di Maio hanno fatto e fanno a gara per occupare gli spazi reciproci. Il primo sospetto è che volessero rappresentare l’interna offerta politica (la destra con Salvini, la sinistra con Di Maio e il centro con Conte), lasciando le briciole a Pd e Fi. Una sorta di gioco delle parti. Ma da qualche settimana, specialmente dopo le vittorie leghiste alle elezioni regionali, assistiamo ad un teatrale e plateale cortocircuito: Salvini fa il Di Maio e Di Maio fa Salvini.

Dopo le liti sulla Tav, sulle autonomie, la manovra, gli inceneritori, ci mancava anche la Via della Seta.
Ed è stato singolare assistere ad un grottesco balletto che (va detto) ha riguardato tutti, da Zingaretti a Grillo, da Berlusconi a Renzi (leghisti e pentastellati compresi): i globalisti fan della Tav, si sono schierati contro la globalizzazione euroasiatica (la via della seta); i contrari alla Tav, in nome dei superiori interessi nazionali, e tacciati di antimoderni, si sono schierati con la globalizzazione cinese.

Cosa dimostra? Oltre al relativismo politico, anche una verità che torna sempre a galla: c’è globalizzazione e globalizzazione. Quella occidentale, europeista o a guida Usa, va bene; quella a guida cinese, è un pericolo (risveglia l’anticomunismo e non solo). Si potrebbero rispolverare tanti esempi: dall’oleodotto, al gas, dal petrolio libico ad Enrico Mattei etc.

Ma, al momento le contraddizioni della Lega sono sintomatiche di una fase delicata. Evidentemente stanca di subire l’impostazione statalista e giacobina dei pentastellati (ponte Morandi e reddito di cittadinanza insegnano), ha deciso di tornare forse alla sua identità originale (per tornare da Silvio?). Ma con mille ambiguità.

Eccone alcune: sovranista da noi, anti-via della Seta, ma con la “globalista europea” Tav. Sovranista filo-Putin e anti-Ue, ma filo Trump sui dazi. Sovranista filo-Putin, ma filo-Gauidò in Venezuela, il massone, mondialista, amico di Trump, Soros, della Bonino e acerrimo nemico di Putin. E ancora: sovranista filo-Putin e amico di Israele. E ancora (sul piano valoriale): cattolico al punto di andare al congresso mondiale delle Famiglie di Verona, ritenuto il covo degli oscurantisti, ma poi appoggia sempre Guaidò, laicista e schierato con la lobby Lgbt. E ha puntato nel suo partito e al governo su un personaggio come la Bongiorno, storicamente laicista.

Qualcuno dovrebbe spiegare a Salvini queste opacità. Il populismo non ammette le tante, troppe, sfumature di grigio.

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