Di Maio-Di Battista, Giorgetti-Borghi: le coppie gialloverdi scoppiano

Politica

Di Battista sta a Di Maio come Giorgetti sta a Borghi. L’accostamento non è peregrino. Si tratta di dinamiche interne alla maggioranza che inevitabilmente si riflettono sugli equilibri esterni del governo.

Ne va certamente della stabilità dell’esecutivo, ma sono pure lo specchio di contraddizioni che non possono essere nascoste a lungo.
A parte le fibrillazioni personali, sono il frutto di qualcosa di più profondo.

Di Battista interpreta l’anima “barricadera”, castrista, populista dei 5 Stelle. E’ stato il fautore, il principale sostenitore dell’accordo con Salvini e ora, essendo uguale e contrario al ministro degli Interni, non lo sopporta più, lo vede come un nemico.
Gli rimprovera sostanzialmente quello che sta facendo lui. Salvini usa il ministero e il governo per accrescere i suoi consensi (e lo si è visto a tutte le elezioni, dalle amministrative alle europee); Di Battista, dal canto suo, usa i viaggi e i libri per fare altrettanto.

Salvini vuole far cadere Conte per conquistare in solitaria Palazzo Chigi, alla testa di uno schieramento dove la Lega sarà l’unico partito (dato il tramonto di Fi e l’attuale insufficienza di Fdi).

Lo stesso Carroccio sta mutando pelle: da partito identitario, a partito-omnibus post-dc, partito-Brancaleone, capace di ospitare virtuosamente guelfi e ghibellini, cattolici e laicisti, liberisti e sociali, nazionalisti ed europeisti.
Di Battista vuole surrogare Di Maio, troppo moderato e governativo per riprendere l’antica strada della purezza giacobina e ideologica. Smettendo di tradire le battaglie storiche pentastellate (No Tax, No Vax etc).

Le ultime schermaglie si sono avute proprio nello scorso fine settimana. Con una differenza. Le prime osservazioni critiche di Di Battista, Di Maio le aveva ridimensionate. Quelle espresse dall’Annunziata, no. Ha subito preso le distanze dal suo (ex) amico. Il vice-premier non avrebbe il tempo di stare dietro ai pruriti dei commentatori, lui sta lavorando per il bene del Paese.

E altrettanto repentinamente Di Battista ha frenato: “Di Maio è un po’ arrabbiato ma quando uno è arrabbiato poi si chiarisce”. Ha poi ribadito che non intende destabilizzare nulla e ha chiarito: “Io sono un ex parlamentare che non sta nel governo, che esprime idee su determinati temi, e credo di averne il diritto e il dovere dopo aver contribuito a far crescere il Movimento”.

Più complessa e cruenta, invece, la partita dentro la Lega.
Giorgetti come noto, rappresenta l’anima salvianana conciliante, liberista, amica dei poteri forti e del Colle. Da quando è nata è stato sempre il personaggio più potente e influente del gruppo. Non muoveva e non muove foglia che lui non voglia.

Poi, con la Lega2.0 sono arrivati gli anti-euro, gli amici dei russi, i fan della spesa, i sociali, da Borghi a Bagnai a Rinaldi, e lui si è irrigidito, continuando però a tessere dall’alto le fila della squadra. La sua parola d’ordine è stata ed è, facciamoli cuocere nel loro brodo, tanto le loro teorie sono palesemente sballate.

Invece, la storia dei mini-Bot, non è per niente sballata, ma l’ha ritenuta pericolosa. Pericolosa per gli ambienti che garantisce. Infatti, è intervenuto a gamba tesa, perdendo per un attimo la sua proverbiale andreottiana leggerezza e ironia: «C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili? Se i mini-Bot si potessero fare, li farebbero tutti», ha detto in Svizzera (tra l’altro, potrebbe essere candidato dal governo per un posto di commissario Ue), in missione per le Olimpiadi invernali.
Se la reazione di Di Maio nei confronti di Di Battista è stata repentina e immediatamente ripresa dai media, ancora non conosciamo quella di Salvini nei confronti dello scontro Giorgetti-Borghi.
E qui si giocheranno altri equilibri interni al governo.

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