Dopo Conte con Conte. Ecco il “modello Bruxelles” in salsa tricolore

Politica

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Analizzando in controluce l’intervista al Corriere della Sera di Matteo Salvini si comprende finalmente lo scontro in atto e la partita all’ultimo sangue che, al momento, sta rendendo convergenti due strategie, o meglio, due piani segreti, uno nazionale, l’altro internazionale.

Sull’“operazione-rubli” il vice premier è stato chiaro: “C’è un sistema organizzato. Sono colpevole soltanto di avere buoni rapporti con la Russia”. E sulle ripercussioni italiane, altrettanto chiaro: “Cade il governo? Mi auguro che il voto dei grillini a Merkel e Macron non significhi una manovra alla Monti”.

Che vuol dire? Se colleghiamo i concetti lo scenario emerge in tutta la sua evidenza.
E non è una questione di spie americane (il sito BuzzFeed che ha scoperchiato il vaso di Pandora), che non vogliono l’Eurasia, la fine delle sanzioni a Putin o la via della seta con la Cina. O almeno non solo. E’ sugli effetti dello spionaggio, le accuse di tradimento, il muro atlantista da riesumare, l’essere filo-Ue; nel nome di tali valori che si pensa di buttare giù l’impianto leghista del governo Conte, diventato ormai un pericolo mortale, il male assoluto, per Bruxelles e per gran parte della politica nostrana.

L’evocazione di Monti non è peregrina. E’ la riproposizione di un governo tecnico 2.0, alleato dei poteri forti, capace di riallineare le scelte economiche ai trattati internazionali (in vista della prossima dolorosa manovra); un governo che in pratica, commissari la politica dal basso, troppo populista e sovranista, specialmente se l’azione di freno istituzionale esercitato dai “collisti” (Tria e Mogavero, con Conte neo-convinto), dovesse fallire.
E la scampata finestra elettorale di luglio non plachi i timorosi. Una crisi può sempre uscire dopo.

Di cosa stiamo parlando? Del “modello-Bruxelles in salsa italica”. Un modello che ha portato ad aggregare Pd, Fi, 5Stelle, sulle recenti nomine Ue e che avrebbe da noi una valenza, una portata interna ed esterna all’attuale compagine di Palazzo Chigi.
Interna, spostando le pedine della maggioranza. Esterna, cambiando proprio maggioranza.

“Piano a” (la staffetta): Draghi (dalla Bce a senatore a vita) inquilino di Palazzo Chigi e Conte commissario europeo. Nel secondo caso o “piano b”: Conte premier di una maggioranza giallorossa (e forse anche azzurra).

Vediamo il contenitore. Le manovre di avvicinamento tra grillini e dem non sono fantasia. Da tempo gli ambasciatori sono al lavoro. Diplomazie che danno per scontata la rottura di Salvini, stanco di subire attacchi che alla lunga possano indebolirlo (magistratura, Ong, caso-Savoini etc), logorato da continue trattative sulle sue battaglie storiche che rischia di non portare a termine (decreto sicurezza-vis, flat tax, autonomie), e timoroso di perdere quel consenso che adesso ha in modo plebiscitario.
Gli italiani, è noto, si stancano, il consenso è liquido (Renzi docet). E’ la sindrome del “pallone-sgonfiato” che quotidianamente attanaglia il vice-premier.

Punto di domanda: ma dentro il Pd e Fi, in quanti sono disposti a procedere in questa direzione? I numeri giallorossi sarebbero risicati: Renzi non ci sta, Calenda neppure, e gli azzurri, almeno gli uomini di Toti, non si imbarcherebbero facilmente in un esecutivo solo formalmente di salute pubblica e di sicurezza nazionale (ed economica), ma sostanzialmente opposto alle loro idee. In fondo lo stesso Berlusconi oscilla tra la vocazione ad un nuovo patto del Nazareno e un centro-destra classico, con un Salvini ridimensionato.

Passiamo ai personaggi. Conte ultimamente è molto più forte e sicuro. La sua leadership è in crescita e la sua autorevolezza deriva dalla pratica ormai acquisita sul campo, dalla sua comunicazione (il populismo gentile), e dalla sintonia che ha col Colle.
Lui ha smentito sia la possibilità di un cambio di sella, sia l’eventualità di una Lista-Conte. Ma la smentita è una notizia data due volte.

Una cosa è certa: Salvini ha fiutato il pericolo. Prova ne è che a causa del “modello Bruxelles” ha dovuto sacrificare il suo numero due Giorgetti, candidato commissario di peso, che sta minacciando di lasciare il partito. La Lega è sicuramente distante dai progetti e dalle strategie dirigenziali della Ue. L’asse popolari-socialisti-liberali, che ha portato alla scelta delle donne, dalla Commissione alla Bce, più l’aggiunta determinante dei grillini, esclude favori di sorta ai sovranisti.

Conte, però, accettando lo schema-Bruxelles ha assicurato che un posto di diritto (dati i voti) spetta alla Lega. Vediamo se ripiegheranno sulla più organica Bongiorno, visto che siamo in tema di “sottanismo” europeo.

Infine, Mattarella. Tanti giornali, tante ricostruzioni, tanti politici e commentatori interpretano da mesi a 360 gradi le sue parole, la sua arguta moral suasion. C’è chi gli attribuisce tutte le trame e regie, c’è chi lo percepisce come mero garante. Invece sta compiendo un’attenta azione di promozione attiva della legalità costituzionale.
Sferrando un colpo a destra e uno a sinistra (Salvini, i populismi, l’economia, il Csm), come da migliore tradizione quirinalizia.

Ma c’è un ma, che potrebbe stoppare le ambizioni degli affossatori di Salvini. Tra tre anni si vota per il nuovo capo dello Stato. E se si va al voto prima, da una parte il quadro si normalizzerebbe nel senso classico, ma certamente la Lega aumenterebbe enormemente la sua rappresentanza parlamentare, al momento sottostimata (il 17%) rispetto ai pentastellati.
E un leghista al Colle non sarebbe accettabile.

Per cui è meglio tenersi l’attuale governo Conte. Restano in piedi i contenuti dei fan e dei registi del “modello Bruxelles in salsa tricolore”: no alla flat tax, manovra rassicurante per la Ue, reintroduzione della Fornero, ridimensionamento del reddito di cittadinanza, abrogazione di tutte le leggi di Salvini sulla sicurezza e immigrazione.
Battaglie non da poco, sia per chi dovrà continuare a svolgerle, sia per chi dovrà e vorrà cambiarle.

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