Autonomie. Nel duello tra Salvini e Di Maio lo scontro tra Italie opposte

Politica

Se tra Salvini e Di Maio la nuova politica si fa ormai a colpi di tweet, tra il premier Conte e i governatori interessati si fa a colpi di lettere aperte al Corriere della sera.

Tutti parlano a nuora perché suocera intenda. Nessuno che si confronti senza clamore mediatico.
Il tema è scottante e datato: l’autonomia. Figlio di un passato che non tramonta mai e che affonda le sue radici nel Risorgimento, come impianto statuale incompiuto.

Siamo un paese centralista o decentrato, federalista o presidenzialista? E come se non bastasse, di repubbliche ne sono state annunciate almeno tre, e l’unica riforma degna di nota, quella del titolo V della Costituzione, partorita dalla sinistra nel 1999, ha solo complicato le cose. Tra patti della crostata, devolution bocciate e bicamerali abortite, ogni governo rischia di inciampare: Renzi docet.

Ne sa qualcosa pure Conte che si è visto piombare addosso il “no” dei governatori Zaia e Fontana, regnanti incontrastati del lombardo-veneto, che minacciano di non firmare nulla se il lavoro sull’autonomia espresso dal governo, voluto dalla Lega e corretto in modo “offensivo” dai 5Stelle, dovesse rivelarsi un compromesso al ribasso.
Lombardia e Veneto, come da tanti anni, pretendono un’autonomia, tipo regioni a statuto speciale, mentre l’Emilia Romagna, evidentemente più simpatica ai grillini, si accontenterebbe di una versione più morbida e quindi, più fattibile, praticabile.

Il giorno decisivo sarà giovedì, con i testi delle tre intese tra l’esecutivo e le regioni apripista della fase federalista a confronto, mentre oggi e domani saranno spesi per incontri propedeutici tra ministri competenti (Bonisoli, Stefani), con l’obiettivo di tentare di sciogliere i nodi.
Come se non bastasse, l’argomento è stato caricato di significati politici, dentro le eterne liti tra Dioscuri, con un Conte sempre più forte e motivato a giocare una partita istituzionale fondamentale, supportata anche dal recente appoggio del Colle.

Innanzitutto ha rimesso in riga sia Salvini (che anche su questo ha minacciato il voto), sia i governatori leghisti: le discussioni, gli incontri, i tavoli, si fanno nelle sedi opportune e poi, la comunicazione deve essere corretta, non demagogica, non legata a messaggi in codice.
E’ noto che Zaia e Fontana avevano parlato di cialtronata a proposito delle correzioni di Palazzo Chigi.

Ma il diverbio sui titoli e sui capitoli della riforma non è facilmente superabile. Ad esempio, la scuola, l’istruzione regionalizzata, con relative assunzioni e stipendi diversificati per i professori, saranno un pasto sicuramente indigeribile per Di Maio, che non vuole cedere sul fondo perequativo che riequilibra in senso solidale e nazionale quelle differenze di gettito fiscale che dovrebbero incamerare le regioni più ricche.

E’ un’idea di Italia che costringe allo scontro Salvini e Di Maio: l’Italia della meritocrazia, della competizione, anche a costo di istituzionalizzare le distanze storiche tra cittadini, contro l’Italia della solidarietà, della giustizia sociale, dell’uguaglianza democratica, anche a costo di eternare il ritardo delle regioni meridionali. Chi vincerà?

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