Pontida. Anatomia di un successo e di un fallimento. L’ombra di Silvio

Politica

E’ sicuramente stata la Pontida più partecipata di sempre. Ma urge una domanda: è stato un raduno (anche in vista del prossimo appuntamento romano di piazza San Giovanni), utile o inutile?
L’amaro che lasciano queste mobilitazioni di massa, compresa quella della Meloni, il giorno della fiducia, si può raccontare, infatti, con due concetti: l’occasione perduta e gli errori strategici di Salvini.

Per quanto il leader della Lega stia facendo il possibile per recuperare, la sua leadership, appare più debole, ripetitiva e soprattutto, attaccata.
Attaccata dall’interno del partito, dalla frangia bossiana che l’ha mandato a sbattere, condizionandolo a mollare velocemente il governo (artefici: Giorgetti, i governatori del Nord, Zaia e Fontana, Calderoli etc); frangia che non gradiva il suo strapotere. E attaccata dall’esterno, dal sentire comune della gente (il suo popolo compreso, quello che lo vota, ma non lo idolatra), che ritiene Salvini, poco esperto di diritto costituzionale, troppo parolaio e poco concreto. Una sorta di protagonista dentro una “sua” Repubblica mediatica, che non c’entra nulla con la Repubblica vera, quella parlamentare che, guarda caso, ha prodotto un’altra maggioranza in Aula, non andando al voto. Come avrebbe voluto il Capitano.

Un Salvini che sta condannando la sua folla ad una frustrazione di massa, a un’opposizione ideologica, importante per compattare elettoralmente il fronte dell’opposizione, ma improduttiva visto che i giallorossi ora smonteranno tutto l’impianto legislativo e la comunicazione valoriale del governo gialloverde (dalla sicurezza, all’immigrazione alla droga, alla famiglia naturale).

Gli slogan ascoltati a Pontida sono ovvi e scontati: il popolo contro i traditori, il popolo contro il governo delle poltrone e degli inciuci, Conte servo di due padroni e Di Maio col cappello in mano.
Ma sono parole che rischiano di svilire un populismo il quale, privato degli strumenti di comando, è astratto e sarà inesorabilmente sostituito da un nuovo populismo liberal e progressista (inaugurato dal governo).

Pontida, preceduta dall’incontro con Berlusconi, riapre però, i giochi nel centro-destra che verrà. Finché Salvini stava al governo e galvanizzato dai sondaggi, pensava ad un listone leghista con dentro gli ex partner senza simbolo (d’altra parte, aveva da solo quasi il 40% dei consensi); adesso sarà costretto a mediare tra il sovranismo della Meloni e il moderatismo di Berlusconi, che ha ufficialmente certificato, per bocca di Tajani, la corsa a riempire lo spazio centrista, nel nome e nel segno di un fronte moderato, liberale e cristiano (antagonista o contiguo alla medesima operazione di Renzi e Calenda?).

Una cosa è certa: col fallimento gialloverde hanno ripreso terreno le vecchie categorie. Allo scontro “alto-basso” (popoli contro caste), tra populisti-sovranisti (Lega e 5Stelle) vs liberal (Pd e Fi), adesso si profila e si consoliderà il nuovo-vecchio-eterno scontro “centro-destra” (Lega, Fdi, Fi) vs “centro-sinistra” (Pd, 5Stelle, Leu). Cambieranno i nomi degli schieramenti, ma la sostanza sarà la stessa.

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