Taglio dei parlamentari. La strategia dei capponi e dei tacchini

Politica

C’è un evidente scollamento tra la decisione dei parlamentari di autodistruggersi e la realtà vera.
Basta guardare le facce dei diretti interessati nelle foto ufficiali. Dietro i sorrisi e le pose obbligate, tanto scoramento e depressione. Come dire, la disciplina di partito ha prevalso sui singoli desideri, le vite, i sogni, le ambizioni, le carriere.

Dai grillini, i protagonisti di questa strategia del taglio (politici, giornali etc), da sempre fautori della democrazia diretta (informatica) che gode nel limitare la democrazia parlamentare, ai dem assolutamente contrari, ma che si sono piegati alle esigenze supreme della coalizione, fino al centro-destra, nel nome di un populismo, che mette al primo posto la governabilità, il decisionismo, che sottintendono il presidenzialismo, è stato tutto un funerale, mascherato dal voto bulgaro.

Perché i capponi sono così (s)contenti di partecipare al pranzo di Natale?
Autolesionismo, masochismo, mistica del dover essere, del sembrare, disciplina di partito?
C’è un malinteso senso di antipolitica.
Il tema è la qualità, l’efficienza della buona politica, non la sua riduzione meccanica, la sua mortificazione, che tra l’altro, non produrrà nemmeno il risparmio economico tanto enfatizzato dal Movimento 5Stelle.

Avere collegi più ampi che eleggeranno meno parlamentari, causerà la marginalizzazione dei piccoli territori, che al contrario, hanno bisogno di essere rappresentati meglio, non dimenticati.
E poi, i cambiamenti si fanno complessivamente: prima si sceglie la casa da costruire, il terreno su cui edificarla, ossia i valori di un popolo, poi la forma di governo, quindi il sistema elettorale (i balconi), e da ultimo il numero di deputati e senatori.
Da noi per una febbre da soldi e da numeri, in omaggio a una visione merceologica della politica, si taglia, si riduce, si blocca, senza una visione d’assieme.

Da noi si pretende che le case vengano costruite partendo dai balconi, come se il sistema elettorale da solo potesse cambiare la società, la politica, le istituzioni. Infatti, i risultati negli ultimi decenni sono stati tanti modelli elettorali in palese contrasto tra loro (Tatarellum, Mattarellum, Rosatellum, Porcellum), e la riforma della Repubblica, quella vera, non c’è mai stata: siamo agli eterni tempi supplementari della prima. E gli italiani non sono mai diventati inglesi, americani, francesi (bipolari). Siamo e restiamo proporzionalisti nel dna.

E poi, la politica deve avere un respiro pubblico, finanziamento ai partiti compreso. La democrazia ha un costo e un valore. Un conto la degenerazione della partitocrazia che va combattuta con regole ferree (è stata la causa di Tangentopoli); un conto affidare i partiti nelle mani dei ricchi, dei lobbisti, che possono comprare linea politica e candidature.
Lo stesso taglio dei parlamentari soddisfa l’economia o l’invidia sociale, la lotta di classe contro chi per definizione guida il Paese?

Insomma, l’Italia è il paese dei paradossi. Senza contare che tra quelli che hanno votato il taglio, turandosi il naso, avanzerà da domani il partito del boicottaggio: dopo l’iter previsto dall’articolo 138 della Costituzione (i famosi 4 passaggi), si dovrà procedere al referendum confermativo (se vince il no, Renzi docet, si fermerà tutto), poi si dovrà procedere al disegno dei nuovi collegi elettorali. Il discorso si rimanderà di almeno un anno.
E i capponi potranno evitare il pranzo di Natale.

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