Duello Salvini-Renzi. Il vero vincitore e cosa resta agli italiani

Politica

Cosa resta dopo un duello mediatico tra due leader simili? Al di là dei pareri degli esperti, il giudizio dei social, i verdetti delle tifoserie e dei giornali interessati ad aumentare i lettori, a bocce ferme, rimane un termometro, che si tradurrà nei mesi a seguire, nel bilancino di chi è destinato a scendere e di chi è destinato a salire.

Premessa: Renzi, più che Salvini, aveva ed ha bisogno di legittimazione. Dopo la morte civile causata dal famoso referendum del 4 dicembre, resuscitato dalla telefonata del Capitano a Zingaretti, come noto, ha messo i bastoni tra le ruote all’asse Carroccio-Pd per far cadere il governo; ha impaurito Zingaretti, in un primo tempo favorevole a disarcionare il Conte-1 (per liberarsi dei parlamentari renziani che se ne sono andati lo stesso, ma solo dopo aver portato a termine l’operazione-poltrone nel Conte-2); ora è costretto a far crescere Italia Viva, ferma al 4% dei consensi.

Salvini aveva ed ha bisogno di Renzi? Forse no, forse sì, dati i malumori di tanti, troppi, che gli attribuiscono tutta una serie di clamorosi errori (siamo in una Repubblica parlamentare e non in una Repubblica della rete), in primis la fine maldestra della sua esperienza governativa. Forse sì, in vista pure della manifestazione di sabato a Roma.

I due, nel duello tenutosi nella “Terza Camera” di Porta a Porta, hanno ottenuto i risultati “esterni” che volevano (ma quelli interni?): compattare le loro basi e riconoscersi come rispettivi avversari. Come dire: a destra comanda Salvini, nel centro-sinistra comanda Renzi. E qui si spiega il sì all’invito di Bruno Vespa, stante l’attuale sproporzione nei rapporti di forza tra Lega e Iv.

E infatti, malgrado i tentativi di Berlusconi di rieditare lo schieramento “modello-1994”, collocandosi in una posizione mediana e centrale (ma con un partito non più catalizzatore e ridotto al lumicino), e della Meloni di galleggiare tra sovranismo e moderati; malgrado l’accordo per le Regionali, a partire dall’Umbria, Salvini guida de iure e de facto il centro-destra che verrà (è e sarà un polo a trazione leghista).

E, sull’altro versante, è chiaro come il sole, che nel centro-sinistra Renzi condiziona con i suoi numeri alla Camera e al Senato, Conte, Zingaretti, Di Maio. Le prime prove di interdizione in Aula si sono già viste: governo che va sotto, governo che vince solo per tre voti (sul Def).

Il duello. Salvini, a disagio in un inusitato per lui completo elegante (meglio le felpe), è apparso ripetitivo, stanco, troppo sloganistico e nervoso (la gamba destra mossa in modo agitato gli ha creato per gran parte della trasmissione un effetto-battito cardiaco nella parte destra della sua giacca; sembrava muoversi da sola).
Meno preparato rispetto a Renzi, si è rifugiato nelle solite battute e nei temi a lui più consoni: sicurezza, immigrazione, soldi, tasse ed Ue. Non ha risposto sugli errori del passato, i cambiamenti della sua linea politica (da padana a nazionalista) e sulle sue numerose assenze istituzionali. A Roma come a Strasburgo.

Felice solo nel breve, nell’immediato, nelle critiche psico-somatiche verso la sinistra dei radical chic, di Montecarlo e delle lobby, ha ribadito l’abilità, la bravura e l’efficacia della comunicazione populista, solo se espressa in un tempo limitato (mentre alla lunga, in un arco temporale più ampio, vince sempre, nella percezione dell’opinione pubblica, chi ha più studiato). Salvini inoltre, ha continuato a voler essere l’interprete di quell’Italia nazional-popolare, berlusconiana in salsa Papeete, per decenni senza padrini e padroni.

Ha contrapposto all’ideologia buonista, verde, umanitaria e globalista-solidale (un mix tra Greta e Carola) di Renzi, la forza della realtà, dei fatti, dei numeri (pochi, ma decisivi), e del buon senso. Non ha fatto ricorso, come in passato, ai simboli identitari del popolo italiano: religione, patria, famiglia. Né ha colpito il suo interlocutore con gli scandali famigliari, bancari e su Bibbiano.

Renzi, dal canto suo, si è visto nei vari passaggi tv, non riesce proprio a scrollarsi l’immagine del bullo, dell’arrogante e del saccente. Ma ha messo più volte alle corde Salvini. E l’ha fatto dimostrando maggiore preparazione, memoria di eventi ambigui salviniani (citazioni, presenze alla Camera, al Senato e a Strasburgo, numeri sul fisco, occupazione, conoscenza di leggi passate e provvedimenti), e maggiore capacità di stare sul pezzo (evidenziando la superficialità di Salvini sui temi amministrativi). Evidentemente ha migliori spin doctor.
Insomma, Salvini forte in demagogia e populismo, superficiale in governance. Come da sua parabola nel governo gialloverde.

Renzi forte in ideologia e cultura di governo, ma distante dai temi maggiormente sentiti dal popolo (che ha bisogno di cose semplici, non di ricette complesse anche se annunciate con enfasi). Peculiarità che confermano l’attuale differenza tra la destra e la sinistra: popolare la destra (la bandiera degli ultimi), elitaria, classista, la sinistra (la bandiera dei primi).

Dove andranno? Renzi per esistere, dovrà continuare quotidianamente a distinguersi, a smarcarsi dal centro-sinistra. Coltivando l’ambizione (modello Ulivo2.0) di occupare quel centro che oggi è visto con interesse da Berlusconi, Conte e Calenda.

Salvini confida nella vittoria in Umbria per dare l’idea di una società che protesta col voto e sogna di abbattere il Palazzo del matrimonio contronatura tra Pd e 5Stelle, celebrato solo per paura di Salvini.
Ma nello stesso tempo, il Capitano sta condannando milioni di italiani ad una irrilevanza, ad una frustrazione e impotenza di massa, mascherata da slogan astratti e inutili sul piano parlamentare, da giocarsi però, eventualmente in futuro (quando ci saranno le elezioni politiche), ben sapendo che gli italiani dimenticano e il tempo è sfavorevole. Si è visto col centro-destra, dopo il ribaltone del 1995: i suoi capi hanno dovuto aspettare un bel po’ prima di riconquistare il trono. Guarda caso anche Salvini ha scelto la stessa piazza romana di San Giovanni, dove Fini, Berlusconi e Casini gridarono sterilmente all’inciucio di Palazzo.

Meglio che nel frattempo, Salvini si alleni da futuro premier, creando le condizioni professionali per un partito vero e per una classe dirigente meno parolaia e demagogica. I bagni di folla alterano la realtà e spesso illudono.
I vecchi politici dicevano con saggezza “piazze piene urne vuote”. Speriamo che abbiano torto.

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